martedì 30 giugno 2015

Quello che voglio








«Chi fa questi cambiamenti? Lancio una freccia verso destra e atterra a sinistra. Corro dietro un cervo e mi ritrovo inseguito da un maiale. Mi organizzo per ottenere quello che voglio e finisco in prigione. Scavo buche per far cadere in trappola altri e ci finisco dentro! Dovrei sospettare di quello che voglio.»

 
Jelaluddin Rumi (1207-1273)




 

lunedì 22 giugno 2015

ORGOGLIO! Un insegnamento di John Garrie






Quello che segue, ti assicuro, è molto più una riflessione di tipo auto-analitico che un attacco a te, lettore, chiunque tu sia che leggi. Se realizzi nella lettura che è come se io ti stessi reggendo uno specchio di fronte -sappi che quanto segue risulta in primo luogo dalle mie personali realizzazioni seguenti all’essermi seduto davanti allo stesso specchio (credimi -nella sofferenza) per qualche tempo. Sono stato e ho fatto tutte queste cose che seguono.
Invito alla compassione per il lettore e per lo scrittore.

 

L’orgoglio è essenzialmente un tratto che si sviluppa e ha le sue radici nell’adolescenza, o prima. Si può persino dire che l’orgoglio è un guardiano dell’autocentratezza ed è chiaramente molto molto folle perché in definitiva è molto auto-distruttivo. Ci induce a una logica distorta e prevenuta e quindi a percorsi che con maggiore chiarezza mai prenderemmo in considerazione.

Perché? Perché una delle principali caratteristiche dell’orgoglio è che prima di tutto crediamo o abbiamo bisogno di credere che abbiamo ragione o che non abbiamo mai torto, e subito dopo sviluppiamo una inflessibilità di attitudine che non consente di cambiare mai idea, basata com’è sulla credenza che cambiare idea sia una inusuale debolezza alla quale mai soccombere, rivelando così l’immensa vulnerabilità dell’orgoglio e le cocciute e provocatorie emozioni che l’accompagnano.

Sono sicuro che la psicologia avrà chiare spiegazioni di precoci deprivazioni di affetto o rispetto o anche attenzione per dar conto dell’orgoglio in anni seguenti. Forse. Personalmente preferisco guardare a quello in cui si mette orgoglio o a quello di cui si è orgogliosi. Quello che si sente di aver superato o almeno eguagliato o da quali standard ci si sente ancora intimiditi o ridotti all’autocommiserazione o a bravate che accrescono l’ego o a decisioni “potenti”.

I modelli di ruolo sono ovviamente molto influenti in questo campo... Ma i reali modelli di ruolo sono quelli intuitivamente percepiti o ‘sentiti’ da un ragazzo di 6 o 7 anni.

A 6 o 7 anni i confini di percezione, comprensione e ‘sentire’ non sono chiaramente definiti e tendono a fondersi in un conoscere che spronerà spesso un bambino nell’urgenza di far bene, di brillare, o a spiccare in qualche area che ha a che fare con rispetto, affetto, o attenzione; o egualmente nel caso opposto. Questo impulso o la sua assenza detterà la personalità come si sviluppa nel periodo della crescita, educazione inclusa, in quello che emerge a 14-15 anni nell’adolescenza. La secchiona, il somaro, il ribelle, il cocco dell’insegnante, il/la precocemente sexy, il respinto, il militante, l’atleta, lo zerbino, oppure occasionalmente un misto di tutti o parte dei positivi e di tutti o parte dei negativi. E in tutti questi o in qualunque combinazione ci sarà la veemenza dell’orgoglio con la forza impulsiva propria dei primi giorni e una forte appiccicosa riluttanza a cambiare o a consentire lo sviluppo di modi più maturi.

Sarebbe primitivo dar la colpa ai genitori. Sto dicendo che quello che un ragazzo percepisce, raccoglie o a cui reagisce, è qualcosa nei genitori di cui essi -i genitori- sarebbero piuttosto ignoranti, presi dalle loro negoziazioni con i propri partner o con le proprie coscienze per la propria felicità, pur rendendo omaggio a parole all’idea di essere buoni, amorevoli, premurosi e responsabili genitori e modelli di ruolo- che per lo più, a livello esteriore, essi sono. Quanto il ragazzo riceve e a cui reagisce è piuttosto differente.

Che cosa un ragazzo sta cercando di provare dimostrandosi “bravo”, sempre primo o tra i primi nella sua classe, eccellente negli sport? O con l’essere conflittuale o ribelle con i genitori o gli insegnanti, o attraente per l’altro sesso, e che significa attraente in questo contesto? Pochi sono nati con eccezionale bellezza fisica o del viso, il resto della “attrattività” consiste di accessibilità, disponibilità, determinazione e “proiezione” di personalità. A quell’età io ero ben lontano dall’essere in alcun modo attraente. Il mio viso, collo, spalle erano orribilmente coperti da acne -foruncoli, bolle, ascessi. Per fortuna ero un corridore veloce e bravo a cricket -così mi sono specializzato e con il sostegno della rabbia ottenni la mia rivincita sui diffusori di nomi ingiuriosi e i molti rovesci che sopportavo -ma solo in parte. Divenni socialmente “presentabile” solo a 18 o 19 anni.

Probabilmente quello che sto chiedendo è “Quali misure siamo portati a prendere per assicurare la nostra sopravvivenza o esistenza in quanto identità che sia riconoscibile in mezzo a quella che spesso è una competizione davvero formidabile?”

L’orgoglio è essenzialmente reattivo: è una risposta a qualche stimolo o emozione, e mentre è inizialmente difensiva o auto-protettiva può facilmente diventare, e spesso diventa presunzione e si trasforma in arroganza, insensitività, o ciecamente compulsiva autocentratezza.

Ripeto è un gioco emozionale molto molto folle e in ultima istanza autodistruttivo.

Orgoglio è come scavare compulsivamente dentro un fosso nel mentre si cerca di venirne fuori -ed è azione totalmente futile e votata all’autoseppellimento da cui ci si può salvare soltanto saltando fuori dal fosso. Non c’è letteralmente futuro nell’orgoglio!

Posso sentire le obiezioni adesso. Quelli che dicono che l’orgoglio nei risultati o nei propri standard morali o sociali è degno di ammirazione etc., ma certo quello di cui stiamo parlando è semplice auto-rispetto. Orgoglio in verità è auto-rispetto che è tracimato in un stato nuovo, se non pienamente patologico.

Attenzione ai sintomi dell’orgoglio - essi trasformano nature gradevoli e davvero amabili in persone che diventano socialmente inaccettabili e spesso pericolose, perché i confini si confondono e la filosofia morale si distorce.

Triste a vedersi! Abbi compassione per l’orgoglio ma se hai qualche rispetto per la vittima dell’orgoglio -non condonarlo mai. Un secco calcio nel sedere è spesso più affettuoso che un mazzo di rose - e in definitiva di maggior valore.

Non puoi comprare l’orgoglio -affrontalo! Negli altri e soprattutto in te stesso.

E buona fortuna.

di John Garrie (1923-1998), da  Newsletter from Kemps, May 1997

martedì 16 giugno 2015

Amicizia





In una newsletter leggo i versi di Ryōkan che mi ricordano Drew, amico di pratica, artista, costruttore di case e fotografo (autore del bellissimo "Man with Fire in the Belly"):


Buoni amici e maestri eccellenti..

restagli vicino!

Ricchezze e potere sono sogni fuggevoli

ma le parole sagge profumano il mondo

per anni

da Ryōkan, Gocce di rugiada su una foglia di loto


A causa di preoccupazioni e difficoltà possiamo finire "imprigionati" dentro un'ansa cieca  dove tutto rimbomba si contorce e sembra senza scampo. Allora è d’aiuto essere nelle vicinanze di qualcuno che ci aiuti a dubitare della oggettività e assolutezza delle sensazioni e percezioni mentali che in tali condizioni, anche a causa di precedenti condizionamenti, ci stringono e ci tolgono spazio e respiro.

Che cosa e chi meglio di un amico?! Che potremmo mai desiderare di meglio?




martedì 9 giugno 2015

Segui il corso dell'acqua







Che cosa ci "spinge a riproporre sempre le solite modalità", benchè nei momenti di consapevolezza non ne siamo per niente persuasi, benchè così facendo ci incartiamo, andiamo in confusione, in complicazione, in colluttazione, con noi stessi e con la realtà; che cosa ci spinge?

Ci spinge la forza chiamiamola d'inerzia, delle abitudini, di una "perversa familiarità" con il passato che abita nei recessi del cuore (e che va in senso inverso alla forza del cambiamento e alla fiducia) e mette in luce che la nostra pratica non è sveglia e viva.

E ci spinge l'orgoglio, cioè un attaccamento penoso e masochista a una identità, probabilmente obsoleta, da lasciare andare... con una espirazione, inchinandosi energicamente e con umiltà al momento presente.

E' tutto qui, ed è così semplice, ma non facile da realizzare; occorre proprio volerlo, la liberazione è una pratica che comprende l'intenzione e lo sforzo.

Il maestro Zen Ta-mei Fa-ch'ang, nella Cina tra la fine dell'ottavo e i primi decenni del nono secolo, abitava in una capanna d'erba nel fondo della montagna, si vestiva di foglie di loto giganti e si cibava di pinoli. Una volta un prete che si era perso gli chiese del sentiero per il villaggio, Ta-mei rispose: “Segui il corso dell’acqua.”

Questo significa, dice la maestra Zen Shundo Aoyama, che se sem-pli-ce-men-te seguirai l'acqua troverai la strada per uscire dalle montagne.

Non spingere l’acqua, né frenarla, non alterarne il corso e neppure costruire dighe, devi sem-pli-ce-men-te fluire senza intoppi e senza creare ostacoli.








martedì 2 giugno 2015

Vita meditativa










Montali, ritiro di maggio (foto di Hinnerk Brockmann)




«Because of the great light of the Buddha, we are able to wake up to the darkness of our own shadows. Encompassed by that light, we are able to live with our shadows. Is this not what could be called the meditative life?» - così la maestra Zen, Shundo Aoyama, a p.31 di Zen Seeds

 «A causa della grande luce del Buddha, possiamo svegliarci all'oscurità delle nostre stesse ombre. Contenuti da quella stessa luce, possiamo vivere con le nostre ombre. Non è questo quanto potrebbe essere chiamato vita meditativa?»  

[E in libera traduzione: «Grazie alla luce della meditazione possiamo svegliarci alla consapevolezza dell’oscurità delle nostre ombre. E grazie alla luce della meditazione possiamo vivere con le nostre ombre.»]