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sabato 25 marzo 2017

Fiducia e amore





 La fiducia è una forma di amore per la persona – o per l’oggetto - che la suscita. E’ un modo in cui si sente l'amore ed è inizio di amore che si riflette su tutti gli aspetti della vita, come capacità di amare e di riconoscere la dinamica dell’amore. Siamo presi da meraviglia quando sentiamo che le riserve e le perplessità suscitate dal comportamento di una persona o da una situazione hanno lasciato il posto a un sentimento più positivo e un atteggiamento più aperto. E’ il segno che le nostre difese sono scivolate a terra, che le nostre aspettative, spesso cariche di ego-centrismo, sono cadute e che siamo in grado di accettare le cose così come sono. Proprio da questa accettazione nasce una disponibilità a lasciarci contattare dalla realtà, a sperimentare come cambia ed evolve, ad aprirci all’inatteso che è il futuro. 







sabato 11 giugno 2016

Filastrocca dei mutamenti







«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio
«Sto diventando acqua, come faccio?
Acqua che fugge nel suo gocciolìo!
Ci sono gocce, non ci sono io!»
Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri
Il mondo cambia, sotto i raggi miei
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri
E poi lasciati andare a ciò che sei»
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento
Non ebbe più paura di cambiare
E un giorno disse: «Il sale che io sento
Mi dice che sto diventando mare
E mare sia. Perché ho capito, adesso
Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso»
di Bruno Tognolini, Le Filastrocche della Melevisione, Carlo Gallucci Editore


Il cambiamento può ispirare paura o ansia e quando ne siamo posseduti ci facciamo piccoli piccoli e ci chiudiamo in uno stato di confusione o di impotenza. 
Rimpiangiamo il passato che resta solido perchè non si muove più, siamo rigidi, cerchiamo sicurezze nella rigidità, e non vediamo i colori cangianti della vita. 
Il poeta ci invita alla calma, a distogliere lo sguardo dal ghiaccio che ferisce e acceca, a familiarizzarci con il lasciare andare e ad avere fiducia, a scioglierci e a riconoscere: "... sto diventando mare e mare sia."




sabato 23 gennaio 2016

Qualche suggerimento pratico per essere più felici




1° Lavorare a una correzione della nostra vista. Ciò significa in primo luogo domandarci se per caso non sia unilaterale soffermarci tanto sul negativo che vediamo in noi stessi, negli altri e nelle situazioni. Oggi in Occidente questa è una tendenza piuttosto diffusa e condivisa. (...) Continuando a evocare la consapevolezza il più spesso possibile...cominceremo a essere meno incantati da questa attrazione per il negativo, che poi a volte è una vera e propria costruzione del negativo. (...)
2° Fin a quando non lavoreremo seriamente alla nostra felicità non comprenderemo l’importanza della felicità, per noi stessi e per chi si trova intorno a noi. Attenzione: essere più felici rende possibile dare felicità. (...) Il che potenzia ulteriormente la felicità. E’ difficile, se non si intraprende questa via, toccare con mano come il diventare più felici sia l’esito di un processo di maturazione e di crescita.
3° Addestrarsi ad apprezzare il positivo, anche se piccolo.
4° Imparare ad accettare gli eventi della vita, positivi e negativi, ricordandosi che accettazione non è passività. Per esempio accettare che Tizio è aggressivo nei nostri confronti è, anzitutto, un passo verso la chiarezza: non cerchiamo di ignorare o rimuovere la cosa. Sarà più facile, poi, esercitare la fermezza e il dissenso, lasciando cadere l’impulso a essere reattivi. Infatti la nostra reattività accrescerebbe soltanto l’elemento aggressivo nell’altro. E’ utile inoltre, tenere a mente che aggressività e rabbia nascono dalla sofferenza e producono sofferenza.
5° Imparare a cogliere l’ingenuità di certe prese di posizione. Per esempio ‘non mi interessa la felicità’; piuttosto ‘mi interessa la saggezza’ oppure: ‘mi interessa lo studio’; oppure ‘mi interessa lavorare’. (...) Tuttavia è molto probabile che Tizio, Caio e Sempronio diano un significato superficiale alla parola felicità, superficialità certamente inadatta a definire la soddisfazione che viene dalla saggezza, dallo studio o dal lavoro.
6° Vedere quanto siamo esperti e abili nel coltivare l’infelicità. Abbiamo già considerato l’incantesimo che il negativo esercita su di noi. A tale proposito conviene anche allenarsi a vedere come il rimpianto del passato -che non tornerà- sia un altro modo di coltivare l’infelicità, e così anche riguardo al timore del futuro, futuro che spesso si rivela diverso da quello che ci aspettiamo. (...)
7° In generale si può dire questo: coltivare il Bene va verso la felicità e ci andrà tanto più, quanto più impariamo a coniugare serietà e tocco leggero.

di Corrado Pensa, SATI, Anno XXIV n.3, settembre/dicembre 2015



martedì 14 aprile 2015

Io sono qui









“Com’è possibile praticare zazen? Solo quando accetti te stesso e sai davvero di esistere qui e ora. Non puoi scappare da te stesso. Questo è il fatto fondamentale, quell’ “Io sono qui” ”

Shunryu Suzuki, da Mente Zen Mente del Principiante








 

sabato 14 marzo 2015

Un insegnamento del Buddha





Quando proviamo disagio vogliamo che questo disagio scompaia subito, e pensiamo di aver capito la lezione. Potremmo aver sì capito ma soltanto intellettualmente.

La fretta di trasformare un’esperienza disagevole nel suo superamento può essere molto forte e fuorviante.

Per prima cosa occorre accogliere e accettare il disagio fino in fondo, stare con il malessere finchè dura, con pazienza. L’esperienza deve essere completa e completamente consapevole. E' bene rilassarsi nell’esperienza così com’è. La fretta di andare oltre è perniciosa perché può portare a perdere l’occasione di approfondire la comprensione e la guarigione.

Ricordiamo che la pazienza va controcorrente perché l’impulso è quello di farla finita con il disagio, di sbarazzarsi dell’ansia, di correre altrove, di cercare un calmante, un palliativo..

Pema Chödrön insegna che ogni momento ci riporta lo stesso quesito: che cosa ci rende la vita più comoda? E la risposta abituale è: avere quello che vogliamo, che i nostri desideri siano soddisfatti... La scelta che ci piace di più non è però la più saggia.
 
 
 

sabato 24 gennaio 2015

Quel che resta del giorno





Dopo la morte di Lord Darlington, Mr Stevens, suo maggiordomo per trentacinque anni, viene acquistato, per così dire, insieme a  Darlington Hall, “una autentica, importante, antica dimora inglese”, di cui è considerato un “autentico” elemento costitutivo, da Mr Farraday, un signore americano. Questi, in procinto di recarsi negli Stati Uniti per “condurre a termine diverse faccende” prima del trasferimento in Inghilterra, invita il maggiordomo a prendersi “un po’ di riposo”, “a visitare questo vostro meraviglioso paese”, gli mette a disposizione la sua Ford, e si offre di pagare la benzina per il viaggio. 

Mr Stevens accetta il consiglio di allontanarsi “per alcuni giorni” da Darlington Hall, ma dopo qualche resistenza dovendola lasciare disabitata “forse per la prima volta dal giorno in cui fu costruita”, e intraprende quella che significativamente chiama, con una parola piuttosto adatta a una direzione finora inesplorata, “la spedizione”, giustificandola ai propri occhi con finalità di carattere professionale, quale la messa a punto di un piano di lavoro e di riorganizzazione del personale.

In tale prospettiva si ripropone di visitare Miss Kenton, già governante della casa, dalla professionalità e dedizione esemplari, il cui matrimonio è forse in crisi e che ha lasciato trasparire in una lettera un sentimento di nostalgia e forse la disponibilità a ritornare a Darlington Hall.

Nell’ultima tappa di questa sua spedizione oltre i confini della grande tenuta a cui appartiene, che lo porta per la prima volta attraverso la grande campagna inglese e attraverso certi ricordi del passato che suscitano dubbi sulle sue scelte di vita, Mr Stevens incontra Miss Kenton. Ella gli confida  (e “In verità -perché non dovrei ammetterlo?- in quel momento mi si stava spezzando il cuore” ci dice Mr Stevens) che, sì, ci sono stati dei momenti in cui si è domandata che tipo di vita avrebbe potuto avere con lui, ma anche di essersi poi resa conto che il suo posto è accanto al marito, non si può più mettere indietro l’orologio, né “stare perennemente a pensare a quel che avrebbe potuto essere”.

Alla vigilia del viaggio di ritorno, Mr Stevens si imbatte, nell’ora che precede il tramonto sul molo di Weymouth, sulla costa occidentale dell’isola, in un pensionato che era stato solo il domestico di una casa molto piccola, e che non si è certo formato nel suo stesso ideale di “grandezza”, fatto di riserbo, di “controllo emotivo” , e di “dignità”: per cui non si mette mai “da parte la figura professionale per lasciare emergere la dimensione privata”.

Il pensionato, un tipo allegro e cordiale, dalla panchina su cui siede declama a voce alta: “L’aria di mare fa proprio bene…” e Mr Stevens forse facilitato da un certo senso di colleganza professionale, sentendo però di poter essere accettato così com’è, gli apre con sincerità e semplicità il cuore, oppresso specialmente dopo il chiarimento con Miss Kenton da sensazioni di sfinimento e demoralizzazione: “..ho dato a Lord Darlington il meglio di me. Gli ho dato tutto quanto avevo da dare, e adesso -ebbene- adesso mi accorgo che non mi è rimasto molto altro da dare.”

“Dovete essere stato molto attaccato a questo Lord comesichiama. E avete detto che sono tre anni che è deceduto?” lo interpella volentieri il pensionato.

“Lord Darlington non era una cattiva persona. Non lo era affatto. E almeno ha avuto il privilegio di poter dire, alla fine della propria vita, di aver commesso i propri errori. Sua signoria è stato un uomo coraggioso. Ha scelto un certo percorso, nella sua vita, che si è rivelato un percorso sbagliato; ma era quello che aveva scelto, così almeno può dire. Perché io, invece, non posso nemmeno asserire questo. Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero -uno deve chiedersi- quale dignità vi è mai in questo?”

“Stà a sentire, amico mio -ribatte il meno illustre collega- io non sono molto sicuro di capire fino in fondo quello che dici. Ma se mi chiedi che cosa ne penso, ti dirò che il tuo atteggiamento è tutto sbagliato, capisci? Smettila di guardarti indietro continuamente, altrimenti non puoi far altro che essere depresso.” E aggiunge: “Bisogna essere felici. La sera è la parte più bella della giornata. Hai concluso una giornata di lavoro e adesso puoi sederti ed essere felice. Ecco come la vedo io.”

Dopo che il suo compagno si è allontanato Mr Stevens riprende la riflessione: “..forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata. Dopotutto che cosa mai c’è da guadagnare nel guardarsi continuamente alle spalle e a prendercela con noi stessi se le nostre vite non sono state proprio quelle che avremmo desiderato? La dura realtà è certamente il fatto che per quelli come voi ed io, vi è ben poca scelta che porre in definitiva, il nostro destino, nelle mani di quei grandi gentiluomini che sono al centro del mondo, i quali impiegano i nostri servizi. Che ragione c’è di preoccuparci troppo circa quello che avremmo o non avremmo potuto fare per controllare il corso che la nostra vita ha preso? Di certo è sufficiente che quelli come voi e come me almeno tentiamo di offrire il nostro piccolo contributo in favore di qualcosa di vero e di degno. E se alcuni di noi sono pronti a sacrificare molto, nella propria vita, al fine di perseguire tali aspirazioni, ciò sicuramente rappresenta in sé, quali che siano i risultati che ne derivano, motivo di orgoglio e di felicità.”

E, impressionato da come le persone a passeggio sul molo conversino, ridano, e dal calore umano che si crea nella “aspettativa della serata che li attende”, immagina che esso possa avere a che fare con lo scambiarsi battute scherzose e decide di dedicarsi con rinnovato impegno a potenziare la propria capacità di pronunciarne, per essere in grado di fare “una piacevole sorpresa” a Mr Farraday.

 “Quel che resta del giorno”,1989, è un romanzo scritto da Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto per la regia di James Ivory, con Emma Thompson e Anthony Hopkins, un film che ne porta il titolo ma in qualche modo lo tradisce, ignorando l’incontro sul molo tra le due persone di servizio. Mr Stevens il grande maggiordomo di Darlington Hall, e l’anonimo domestico-maestro, dai modi franchi e diretti, che gli ha offerto perché possa asciugarsi le lacrime, il suo fazzoletto - “con cui mi sono soffiato il naso stamattina una sola volta”-, e aggiunto qualche indicazione per “che cosa fare di quel che resta del giorno”.




domenica 6 aprile 2014

Lettera dall'oscurità





Oggi è una di quelle giornate disperate in cui la depressione mi fa vedere tutto nero. Mi toglie la forza di fare qualsiasi cosa, so che dovrei reagire, ma mi sento così schiacciata e oppressa e sola che riesco soltanto a vedere tutto nero e non ho neanche la forza di meditare.
Mi chiedo quanto può durare questo stato, che mi pare senza via di uscita, so che passerà, ma intanto mi spaventa. Mi chiedo allora cosa può veramente succedermi e di cosa ho paura, e se sono codarda io nel non volerne uscire fuori o se devo solo sopportare e avere fiducia che passerà.
Spesso però mi è successo che quando decido di prendere di petto le situazioni, di impasse, di nero totale, o di paura, riesco solo a peggiorare le cose.
Mi sento come se camminassi su un burrone e che posso precipitare da un momento all'altro.
Forse sarei più tranquilla a vederla diversamente, e cioè che nel burrone ci sono già, che non posso andare più giù ma posso solo aspettare, senza paura e con fiducia, che tornino le forze per la risalita.
Il punto è proprio lavorare per non lasciarmi travolgere dalla paura e dalla sfiducia. Ma non mi sento obbligata a  uscire di casa se non ne ho voglia o a fare qualcosa di concreto. Può essere utile, mi rendo conto, ma per ora non ne sono capace.
In periodi così mi identifico totalmente con quello che sento, ne sono consapevole ma non riesco a trovare la MIA via per lasciar andare un po' di più.
Davvero non c'è altro da fare che osservare questa identificazione totale e accettare la sofferenza che provoca? Cioè, può bastare?

"Veramente, non c'è altro da fare che accettare la sofferenza?"
Finché aggredisco il buio e l'oscurità con il desiderio che finiscano portandosi via sofferenza, isolamento, depressione, le mie energie sono bloccate da questo sforzo e l'universo mi si chiude addosso. Invece, l'accettazione del buio, dell'oscurità, del nero, senza riserve, senza se e senza ma, il dire sì, l’accettare di toccare il fondo, stiamo quanto più rilassati possiamo nella condizione  in cui siamo, respiriamo essendo presenti, questa accettazione aperta dischiude uno spiraglio alla luce e all'inaspettato che alberga in noi stessi e che aspetta questa apertura per manifestarsi.
Non so se questo può "bastare", come dici tu.
Ma, bastare a che cosa?

"Essere quanto più rilassati nella condizione in cui siamo" è una frase che sento vera e buona per me, perchè mi calma subito,  perchè non ha pretese e perchè mi dice che va bene anche così.
Sento che devo praticare su questo e con questo.  

In una poesia di David Whyte (che ho letto citata da Frank Ostaseski) si dice:

"La notte ti darà un orizzonte
più lontano di quanto tu non riesca a vedere.
Qualche volta ci vogliono l'oscurità e
la dolce prigionia della tua
solitudine per imparare
che qualunque cosa o chiunque
non ti renda vivo
è troppo piccolo per te."