La fiducia è una forma di amore per la persona – o per l’oggetto - che la suscita. E’ un modo in cui si sente l'amore ed è inizio di amore che si riflette su tutti gli aspetti della vita, come capacità di amare e di riconoscere la dinamica dell’amore. Siamo presi da meraviglia quando sentiamo che le riserve e le perplessità suscitate dal comportamento di una persona o da una situazione hanno lasciato il posto a un sentimento più positivo e un atteggiamento più aperto. E’ il segno che le nostre difese sono scivolate a terra, che le nostre aspettative, spesso cariche di ego-centrismo, sono cadute e che siamo in grado di accettare le cose così come sono. Proprio da questa accettazione nasce una disponibilità a lasciarci contattare dalla realtà, a sperimentare come cambia ed evolve, ad aprirci all’inatteso che è il futuro.
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sabato 25 marzo 2017
Fiducia e amore
La fiducia è una forma di amore per la persona – o per l’oggetto - che la suscita. E’ un modo in cui si sente l'amore ed è inizio di amore che si riflette su tutti gli aspetti della vita, come capacità di amare e di riconoscere la dinamica dell’amore. Siamo presi da meraviglia quando sentiamo che le riserve e le perplessità suscitate dal comportamento di una persona o da una situazione hanno lasciato il posto a un sentimento più positivo e un atteggiamento più aperto. E’ il segno che le nostre difese sono scivolate a terra, che le nostre aspettative, spesso cariche di ego-centrismo, sono cadute e che siamo in grado di accettare le cose così come sono. Proprio da questa accettazione nasce una disponibilità a lasciarci contattare dalla realtà, a sperimentare come cambia ed evolve, ad aprirci all’inatteso che è il futuro.
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sabato 11 giugno 2016
Filastrocca dei mutamenti
«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio
«Sto diventando acqua,
come faccio?
Acqua che fugge nel suo
gocciolìo!
Ci sono gocce, non ci
sono io!»
Ma il sole disse:
«Calma i tuoi pensieri
Il mondo cambia, sotto
i raggi miei
Tu tieniti ben stretto
a ciò che eri
E poi lasciati andare a
ciò che sei»
Quel ghiaccio diventò
un fiume d’argento
Non ebbe più paura di
cambiare
E un giorno disse: «Il
sale che io sento
Mi dice che sto
diventando mare
E mare sia. Perché ho
capito, adesso
Non cambio in
qualcos’altro, ma in me stesso»
di Bruno Tognolini, Le Filastrocche della Melevisione, Carlo
Gallucci Editore
Il cambiamento può ispirare paura o ansia e quando ne siamo posseduti ci facciamo piccoli piccoli e ci chiudiamo in uno stato di confusione o di impotenza.
Rimpiangiamo il passato che resta solido perchè non si muove più, siamo rigidi, cerchiamo sicurezze nella rigidità, e non vediamo i colori cangianti della vita.
Il poeta ci invita alla calma, a distogliere lo sguardo dal ghiaccio che ferisce e acceca, a familiarizzarci con il lasciare andare e ad avere fiducia, a scioglierci e a riconoscere: "... sto diventando mare e mare sia."
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sabato 23 gennaio 2016
Qualche suggerimento pratico per essere più felici
1° Lavorare a una correzione della nostra
vista. Ciò significa in primo luogo domandarci se per caso non sia unilaterale
soffermarci tanto sul negativo che vediamo in noi stessi, negli altri e nelle
situazioni. Oggi in Occidente questa è una tendenza piuttosto diffusa e
condivisa. (...) Continuando a evocare la consapevolezza il più spesso
possibile...cominceremo a essere meno incantati da questa attrazione per il
negativo, che poi a volte è una vera e propria costruzione del negativo. (...)
2° Fin a quando non lavoreremo seriamente alla
nostra felicità non comprenderemo l’importanza della felicità, per noi stessi e
per chi si trova intorno a noi. Attenzione: essere più felici rende possibile dare felicità. (...) Il che potenzia
ulteriormente la felicità. E’ difficile, se non si intraprende questa via,
toccare con mano come il diventare più felici sia l’esito di un processo di
maturazione e di crescita.
3° Addestrarsi ad apprezzare il positivo, anche
se piccolo.
4° Imparare ad accettare gli eventi della vita,
positivi e negativi, ricordandosi che accettazione non è passività. Per esempio
accettare che Tizio è aggressivo nei nostri confronti è, anzitutto, un passo
verso la chiarezza: non cerchiamo di ignorare o rimuovere la cosa. Sarà più
facile, poi, esercitare la fermezza e il dissenso, lasciando cadere l’impulso a
essere reattivi. Infatti la nostra reattività accrescerebbe soltanto l’elemento
aggressivo nell’altro. E’ utile inoltre, tenere a mente che aggressività e
rabbia nascono dalla sofferenza e producono sofferenza.
5° Imparare a cogliere l’ingenuità di certe
prese di posizione. Per esempio ‘non mi interessa la felicità’; piuttosto ‘mi
interessa la saggezza’ oppure: ‘mi interessa lo studio’; oppure ‘mi interessa
lavorare’. (...) Tuttavia è molto probabile che Tizio, Caio e Sempronio diano
un significato superficiale alla parola felicità, superficialità certamente
inadatta a definire la soddisfazione che viene dalla saggezza, dallo studio o
dal lavoro.
6° Vedere quanto siamo esperti e abili nel
coltivare l’infelicità. Abbiamo già considerato l’incantesimo che il negativo
esercita su di noi. A tale proposito conviene anche allenarsi a vedere come il
rimpianto del passato -che non tornerà- sia un altro modo di coltivare
l’infelicità, e così anche riguardo al timore del futuro, futuro che spesso si
rivela diverso da quello che ci aspettiamo. (...)
7° In generale si può dire questo: coltivare il
Bene va verso la felicità e ci andrà tanto più, quanto più impariamo a
coniugare serietà e tocco leggero.
di Corrado Pensa, SATI, Anno XXIV n.3,
settembre/dicembre 2015
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martedì 14 aprile 2015
Io sono qui
“Com’è possibile praticare zazen? Solo quando accetti te stesso e sai
davvero di esistere qui e ora. Non puoi scappare da te stesso. Questo è il
fatto fondamentale, quell’ “Io sono qui” ”
Shunryu Suzuki, da Mente Zen Mente del Principiante
sabato 14 marzo 2015
Un insegnamento del Buddha
Quando proviamo disagio vogliamo
che questo disagio scompaia subito, e pensiamo di aver capito la lezione. Potremmo aver sì capito ma
soltanto intellettualmente.
La fretta di trasformare
un’esperienza disagevole nel suo superamento può essere molto forte e fuorviante.
Per prima cosa occorre accogliere
e accettare il disagio fino in fondo, stare con il malessere finchè dura, con
pazienza. L’esperienza deve essere completa e completamente consapevole. E' bene rilassarsi
nell’esperienza così com’è. La fretta di andare oltre è perniciosa perché può
portare a perdere l’occasione di approfondire la comprensione e la guarigione.
Ricordiamo che la pazienza va controcorrente perché l’impulso è quello di farla finita con il disagio, di sbarazzarsi dell’ansia, di correre altrove, di cercare un
calmante, un palliativo..
Pema Chödrön insegna che ogni
momento ci riporta lo stesso quesito: che cosa ci rende la vita più comoda? E la risposta abituale è: avere quello che vogliamo, che i nostri desideri siano soddisfatti... La scelta che ci piace di più non è però la più saggia.
sabato 24 gennaio 2015
Quel che resta del giorno
Dopo la morte di
Lord Darlington, Mr Stevens, suo maggiordomo per trentacinque anni, viene
acquistato, per così dire, insieme a
Darlington Hall, “una autentica, importante, antica dimora inglese”, di
cui è considerato un “autentico” elemento costitutivo, da Mr Farraday, un signore
americano. Questi, in procinto di recarsi negli Stati Uniti per “condurre a
termine diverse faccende” prima del trasferimento in Inghilterra, invita il
maggiordomo a prendersi “un po’ di riposo”, “a visitare questo vostro
meraviglioso paese”, gli mette a disposizione la sua Ford, e si offre di pagare
la benzina per il viaggio.
Mr Stevens accetta
il consiglio di allontanarsi “per alcuni giorni” da Darlington Hall, ma dopo
qualche resistenza dovendola lasciare disabitata “forse per la prima volta dal
giorno in cui fu costruita”, e intraprende quella che significativamente chiama,
con una parola piuttosto adatta a una direzione finora inesplorata, “la
spedizione”, giustificandola ai propri occhi con finalità di carattere
professionale, quale la messa a punto di un piano di lavoro e di
riorganizzazione del personale.
In tale prospettiva
si ripropone di visitare Miss Kenton, già governante della casa, dalla
professionalità e dedizione esemplari, il cui matrimonio è forse in crisi e che
ha lasciato trasparire in una lettera un sentimento di nostalgia e forse la
disponibilità a ritornare a Darlington Hall.
Nell’ultima tappa di
questa sua spedizione oltre i confini della grande tenuta a cui appartiene, che
lo porta per la prima volta attraverso la grande campagna inglese e attraverso
certi ricordi del passato che suscitano dubbi sulle sue scelte di vita, Mr
Stevens incontra Miss Kenton. Ella gli confida
(e “In verità -perché non dovrei ammetterlo?- in quel momento mi si
stava spezzando il cuore” ci dice Mr Stevens) che, sì, ci sono stati dei
momenti in cui si è domandata che tipo di vita avrebbe potuto avere con lui, ma
anche di essersi poi resa conto che il suo posto è accanto al marito, non si
può più mettere indietro l’orologio, né “stare perennemente a pensare a quel
che avrebbe potuto essere”.
Alla vigilia del
viaggio di ritorno, Mr Stevens si imbatte, nell’ora che precede il tramonto sul
molo di Weymouth, sulla costa occidentale dell’isola, in un pensionato che era
stato solo il domestico di una casa molto piccola, e che non si è certo formato
nel suo stesso ideale di “grandezza”, fatto di riserbo, di “controllo emotivo”
, e di “dignità”: per cui non si mette mai “da parte la figura professionale
per lasciare emergere la dimensione privata”.
Il pensionato, un tipo
allegro e cordiale, dalla panchina su cui siede declama a voce alta: “L’aria di
mare fa proprio bene…” e Mr Stevens forse facilitato da un certo senso di colleganza
professionale, sentendo però di poter essere accettato così com’è, gli apre con
sincerità e semplicità il cuore, oppresso specialmente dopo il chiarimento con
Miss Kenton da sensazioni di sfinimento e demoralizzazione: “..ho dato a Lord
Darlington il meglio di me. Gli ho dato tutto quanto avevo da dare, e adesso
-ebbene- adesso mi accorgo che non mi è rimasto molto altro da dare.”
“Dovete essere stato
molto attaccato a questo Lord comesichiama. E avete detto che sono tre anni che
è deceduto?” lo interpella volentieri il pensionato.
“Lord Darlington non
era una cattiva persona. Non lo era affatto. E almeno ha avuto il privilegio di
poter dire, alla fine della propria vita, di aver commesso i propri errori. Sua
signoria è stato un uomo coraggioso. Ha scelto un certo percorso, nella sua
vita, che si è rivelato un percorso sbagliato; ma era quello che aveva scelto,
così almeno può dire. Perché io, invece, non posso nemmeno asserire questo.
Vedete, io mi sono fidato. Mi sono
fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al
suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno
affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero -uno deve chiedersi-
quale dignità vi è mai in questo?”
“Stà a sentire, amico
mio -ribatte il meno illustre collega- io non sono molto sicuro di capire fino
in fondo quello che dici. Ma se mi chiedi che cosa ne penso, ti dirò che il tuo
atteggiamento è tutto sbagliato, capisci? Smettila di guardarti indietro
continuamente, altrimenti non puoi far altro che essere depresso.” E aggiunge:
“Bisogna essere felici. La sera è la parte più bella della giornata. Hai
concluso una giornata di lavoro e adesso puoi sederti ed essere felice. Ecco
come la vedo io.”
Dopo che il suo
compagno si è allontanato Mr Stevens riprende la riflessione: “..forse allora
vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare
tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di
trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata. Dopotutto che cosa mai
c’è da guadagnare nel guardarsi continuamente alle spalle e a prendercela con
noi stessi se le nostre vite non sono state proprio quelle che avremmo
desiderato? La dura realtà è certamente il fatto che per quelli come voi ed io,
vi è ben poca scelta che porre in definitiva, il nostro destino, nelle mani di
quei grandi gentiluomini che sono al centro del mondo, i quali impiegano i
nostri servizi. Che ragione c’è di preoccuparci troppo circa quello che avremmo
o non avremmo potuto fare per controllare il corso che la nostra vita ha preso?
Di certo è sufficiente che quelli come voi e come me almeno tentiamo di offrire il nostro piccolo
contributo in favore di qualcosa di vero e di degno. E se alcuni di noi sono
pronti a sacrificare molto, nella propria vita, al fine di perseguire tali
aspirazioni, ciò sicuramente rappresenta in sé, quali che siano i risultati che
ne derivano, motivo di orgoglio e di felicità.”
E, impressionato da
come le persone a passeggio sul molo conversino, ridano, e dal calore umano che
si crea nella “aspettativa della serata che li attende”, immagina che esso
possa avere a che fare con lo scambiarsi battute scherzose e decide di
dedicarsi con rinnovato impegno a potenziare la propria capacità di
pronunciarne, per essere in grado di fare “una piacevole sorpresa” a Mr
Farraday.
“Quel che resta del giorno”,1989, è un romanzo
scritto da Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto per la regia di James Ivory, con
Emma Thompson e Anthony Hopkins, un film che ne porta il titolo ma in qualche
modo lo tradisce, ignorando l’incontro sul molo tra le due persone di servizio.
Mr Stevens il grande maggiordomo di Darlington Hall, e l’anonimo domestico-maestro,
dai modi franchi e diretti, che gli ha offerto perché possa asciugarsi le
lacrime, il suo fazzoletto - “con cui mi sono soffiato il naso stamattina una
sola volta”-, e aggiunto qualche indicazione per “che cosa fare di quel che
resta del giorno”.
domenica 6 aprile 2014
Lettera dall'oscurità
Oggi è una di quelle giornate
disperate in cui la depressione mi fa vedere tutto nero. Mi toglie la forza di
fare qualsiasi cosa, so che dovrei reagire, ma mi sento così schiacciata e
oppressa e sola che riesco soltanto a vedere tutto nero e non ho neanche la
forza di meditare.
Mi chiedo quanto può durare
questo stato, che mi pare senza via di uscita, so che passerà, ma intanto mi
spaventa. Mi chiedo allora cosa può veramente succedermi e di cosa ho paura, e
se sono codarda io nel non volerne uscire fuori o se devo solo sopportare e
avere fiducia che passerà.
Spesso però mi è successo che quando
decido di prendere di petto le situazioni, di impasse, di nero totale, o di
paura, riesco solo a peggiorare le cose.
Mi sento come se camminassi su
un burrone e che posso precipitare da un momento all'altro.
Forse sarei più tranquilla a
vederla diversamente, e cioè che nel burrone ci sono già, che non posso andare
più giù ma posso solo aspettare, senza paura e con fiducia, che tornino le
forze per la risalita.
Il punto è proprio lavorare per
non lasciarmi travolgere dalla paura e dalla sfiducia. Ma non mi sento
obbligata a uscire di casa se non ne ho
voglia o a fare qualcosa di concreto. Può essere utile, mi rendo conto, ma per
ora non ne sono capace.
In periodi così mi identifico totalmente con quello che sento, ne sono
consapevole ma non riesco a trovare la MIA via per lasciar andare un
po' di più.
Davvero non c'è altro da fare
che osservare questa identificazione totale e accettare la sofferenza che
provoca? Cioè, può bastare?
"Veramente, non c'è altro da fare che
accettare la sofferenza?"
Finché aggredisco il buio e l'oscurità con il desiderio che
finiscano portandosi via sofferenza, isolamento, depressione, le mie energie sono
bloccate da questo sforzo e l'universo mi si chiude addosso. Invece, l'accettazione del buio, dell'oscurità, del nero, senza
riserve, senza se e senza ma, il dire sì, l’accettare di toccare il fondo,
stiamo quanto più rilassati possiamo nella condizione in cui siamo, respiriamo essendo presenti,
questa accettazione aperta dischiude uno spiraglio alla luce e all'inaspettato che alberga in noi stessi e che
aspetta questa apertura per manifestarsi.
Non so se questo può "bastare", come dici
tu.
Ma, bastare a che cosa?
"Essere quanto più
rilassati nella condizione in cui siamo" è una frase che sento vera e
buona per me, perchè mi calma subito,
perchè non ha pretese e perchè mi dice che va bene anche così.
Sento che devo praticare su
questo e con questo.
In una poesia di David Whyte (che ho letto citata da Frank Ostaseski) si dice:
"La notte ti darà un orizzonte
più lontano di quanto tu non riesca a vedere.
Qualche volta ci vogliono l'oscurità e
la dolce prigionia della tua
solitudine per imparare
che qualunque cosa o chiunque
non ti renda vivo
è troppo piccolo per te."
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