Talvolta ci sediamo in zazen e ci aspettiamo
qualcosa di speciale, sensazioni elevate, pace, estasi –abbiamo
in mente un’agenda piena di obiettivi e di traguardi e li
portiamo con noi sul cuscino. Persuasi di avere diritto a sempre nuovi piaceri
e gratificazioni, tutto ciò che non rientra nella cornice del compiacimento
crea torpore o scontento e un automatico ritrarsi seguito da giudizio negativo. Ecco
perché molti abbandonano. Ma non è così male né insensato praticare con la
scomodità, accogliere lo spiacevole, stare
nel luogo della difficoltà. Aprirsi alla paura e all’incertezza. Anzi, può
essere proprio quel di cui abbiamo bisogno e da cui proteggiamo quell’immagine
di noi stessi e del mondo che preclude il risveglio alla realtà così com’è.