Visualizzazione post con etichetta Frank Ostaseski. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Frank Ostaseski. Mostra tutti i post

domenica 11 giugno 2017

Passare la vita nella propria testa







Una partecipante a un corso di meditazione scrisse all’insegnante, che era Frank Ostaseski: “Sempre più, con il passare del tempo, provo dispiacere: dispiacere per tutti gli anni che ho passato vivendo nella mia testa, giudicando, criticando e analizzando.”

da Cinque inviti di Frank Ostaseski, Mondadori











domenica 6 aprile 2014

Lettera dall'oscurità





Oggi è una di quelle giornate disperate in cui la depressione mi fa vedere tutto nero. Mi toglie la forza di fare qualsiasi cosa, so che dovrei reagire, ma mi sento così schiacciata e oppressa e sola che riesco soltanto a vedere tutto nero e non ho neanche la forza di meditare.
Mi chiedo quanto può durare questo stato, che mi pare senza via di uscita, so che passerà, ma intanto mi spaventa. Mi chiedo allora cosa può veramente succedermi e di cosa ho paura, e se sono codarda io nel non volerne uscire fuori o se devo solo sopportare e avere fiducia che passerà.
Spesso però mi è successo che quando decido di prendere di petto le situazioni, di impasse, di nero totale, o di paura, riesco solo a peggiorare le cose.
Mi sento come se camminassi su un burrone e che posso precipitare da un momento all'altro.
Forse sarei più tranquilla a vederla diversamente, e cioè che nel burrone ci sono già, che non posso andare più giù ma posso solo aspettare, senza paura e con fiducia, che tornino le forze per la risalita.
Il punto è proprio lavorare per non lasciarmi travolgere dalla paura e dalla sfiducia. Ma non mi sento obbligata a  uscire di casa se non ne ho voglia o a fare qualcosa di concreto. Può essere utile, mi rendo conto, ma per ora non ne sono capace.
In periodi così mi identifico totalmente con quello che sento, ne sono consapevole ma non riesco a trovare la MIA via per lasciar andare un po' di più.
Davvero non c'è altro da fare che osservare questa identificazione totale e accettare la sofferenza che provoca? Cioè, può bastare?

"Veramente, non c'è altro da fare che accettare la sofferenza?"
Finché aggredisco il buio e l'oscurità con il desiderio che finiscano portandosi via sofferenza, isolamento, depressione, le mie energie sono bloccate da questo sforzo e l'universo mi si chiude addosso. Invece, l'accettazione del buio, dell'oscurità, del nero, senza riserve, senza se e senza ma, il dire sì, l’accettare di toccare il fondo, stiamo quanto più rilassati possiamo nella condizione  in cui siamo, respiriamo essendo presenti, questa accettazione aperta dischiude uno spiraglio alla luce e all'inaspettato che alberga in noi stessi e che aspetta questa apertura per manifestarsi.
Non so se questo può "bastare", come dici tu.
Ma, bastare a che cosa?

"Essere quanto più rilassati nella condizione in cui siamo" è una frase che sento vera e buona per me, perchè mi calma subito,  perchè non ha pretese e perchè mi dice che va bene anche così.
Sento che devo praticare su questo e con questo.  

In una poesia di David Whyte (che ho letto citata da Frank Ostaseski) si dice:

"La notte ti darà un orizzonte
più lontano di quanto tu non riesca a vedere.
Qualche volta ci vogliono l'oscurità e
la dolce prigionia della tua
solitudine per imparare
che qualunque cosa o chiunque
non ti renda vivo
è troppo piccolo per te."