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lunedì 4 giugno 2018

Valore della consapevolezza







Consapevolezza è dare importanza al qui e ora, è valorizzare il momento presente. Quando teniamo lo sguardo fisso sul passato o sul futuro viviamo sbadatamente, e non attribuiamo significato alla nostra presenza qui e ora. E spesso quel che si accompagna al vivere sbadatamente è una presenza caratterizzata da rinuncia e sfiducia, una presenza non presente. In questi casi basta poco, un’emozione che non piace, la sensazione di uno scarto, un errore di poco conto per proiettare un’ombra di pessimismo e di negatività su intere giornate.
Grazie alla pratica meditativa possiamo accogliere stati d’animo che non ci piacciono e invece di soccombere o identificarci con essi li lasciamo transitare e svanire accompagnandoli con una espirazione. Vediamo così la vita come qualcosa di molto meno solido e ci muoviamo con agilità al suo interno evitando di farci ipnotizzare dalla negatività e dalla sfiducia.
Capiamo che la consapevolezza è amica di uno sguardo spazioso che non solidifica in giudizi.

(Montali, ritiro meditativo 1-3 giugno 2018)







domenica 11 febbraio 2018

Non dipendenza della mente








Da Moon in a Dewdrop (Luna in una goccia di rugiada) titolo di una raccolta di versi e di saggi di Dōgen (1200-1253) curata da Kazuaki Tanahashi ho scelto la poesia intitolata Non dipendenza della mente:


Uccelli acquatici
che vanno e vengono
le loro tracce scompaiono
ma non dimenticano mai
il loro sentiero.

Come gli uccelli d’acqua – della poesia di Dōgen- possiamo imparare a non dipendere da tracce che prima o poi scompaiono.

La fiducia, l’attenzione e la consapevolezza momento dopo momento, la costanza, la pratica della compassione e del coraggio sono ciò di cui abbiamo bisogno per non dimenticare il sentiero. 





domenica 23 luglio 2017

Viandanti del cuore





Siamo indifferenti o disattenti alle condizioni di mente e di cuore in cui viviamo abitualmente? Siamo divenuti insensibili all’orientamento dei nostri pensieri, alla loro pesantezza o tossicità? Diamo per scontati i nostri stati d’animo, ancorchè scoraggianti e deprimenti? Oppure la nostra ricerca “spirituale” si disinteressa e ha smesso da tempo di vedere il nostro aspetto fisico, il nostro portamento? E’ il momento di realizzare che le nostre intenzioni e motivazioni, le nostre riflessioni, sono connesse con l’ambiente interiore in cui viviamo, e anche quando non ne siamo consapevoli ne sono profondamente influenzate, in particolare se esso è segnato da negatività, abbandono, rassegnazione, sfiducia.
Molti sono i versi del Dhammapada, il classico libro della scuola del buddhismo antico, che ci richiamano alla realtà delle emozioni e dei modelli mentali in cui nel nostro viaggio nell’esistenza terrena possiamo restare impigliati e anche perderci, e di quel che ci offre sostegno e gioia. Leggendo il Dhammapada ci viene naturale vederci come viandanti del cuore, visualizzare le strade che percorriamo nel mondo come sono predisposte dalla nostra realtà mentale, dai suoi meccanismi, spesso inconsci, dalle abitudini, dalle distrazioni. E possiamo, grazie alla pratica di consapevolezza, realisticamente impegnarci a prenderci cura della mente-cuore, sostituire la trascuratezza con la sollecitudine, la paura e la negatività con l’intenzione positiva, l’ostilità con la gentilezza amorevole, e capiamo che da qui si diramano le strade che prendiamo.
Un noto insegnante di pratica della consapevolezza, Jack Kornfield, ha scritto un libro intitolato The Wise Heart in cui invita a praticare con fiducia la sostituzione di pensieri negativi con pensieri positivi. Raccomanda l’attenzione alle occasioni in cui i pensieri distruttivi emergono, qual è il bersaglio del loro criticismo, quali frasi utilizzano, da dove vengono queste frasi e che tipo di reazione generano nell’organismo, la vergogna, il giudizio devastante, la denigrazione sistematica. Una volta che la consapevolezza degli attacchi di negatività è sentita, Kornfield sollecita a crearsi un antidoto, due o tre semplici frasi che rovescino la falsità insita nei pensieri non salutari, “La vita è preziosa”, “Userò bene questo giorno”, o esprimano l’opposto della vergogna e dell’autosvalutazione, “Vivrò nobilmente e dignitosamente”, o l’opposto dell’ansia, “Vivrò con fiducia”. O potranno essere basate su espressioni desunte dalla pratica dell’amorevole gentilezza:
Che io possa amare me stesso proprio come sono.
Che io possa sentire in me il merito e il benessere.
Che io possa aver fiducia in questo mondo.
Che io possa aver compassione per me stesso.
Che io possa accogliere con compassione la sofferenza e l’ignoranza di altri.

A questo punto ogniqualvolta notiamo la presenza di pensieri distruttivi, inquinanti, ci fermiamo e intenzionalmente sentiamo la sofferenza che portano, tiriamo un respiro, tratteniamo il senso di sofferenza con gentilezza e poi mentalmente recitiamo le frasi che abbiamo scelto. Le ripetiamo comunque, che ne siamo o no convinti, come un antidoto alla sofferenza. Passerà del tempo prima che ci rendiamo conto che funzionano ma succederà. Forse sarà prima necessario passare attraverso più acute difficoltà e sofferenze ma succederà. Come semi che vengono piantati, insegna Kornfield, percepiamo con tenerezza ogni frase - come lasciando cadere semi di compassione e di cura nella nostra mente e corpo. Piantiamo queste frasi di gentilezza e piano piano, mentalmente, notiamo come la mente e il cuore diventino una fonte di nutrimento e di forza nel cammino.






sabato 13 maggio 2017

“Scegli il sentiero che ha un cuore”







«In uno dei suoi libri su Don Juan Castaneda chiede: “Come fai a sapere quale deve essere il tuo sentiero?”, e Don Juan risponde: “Scegli il sentiero che ha un cuore”, Castaneda replica: “Ma questo non è un sentiero particolarmente difficile?” E don Juan dice: “No, è negli altri [sentieri] che sta il difficile”. Ho scoperto che ciò è assolutamente vero.
(…)
Alla fine, nessun sentiero andrà bene al cento per cento. Farsi strada attraverso sentieri differenti, fare uso della propria innata saggezza e della propria consapevolezza, è parte della pratica. Il criterio che mi ha aiutato a decidere è l’originario criterio del Buddha: “Insegno soltanto la sofferenza e la fine della sofferenza”. Perciò chiedetevi: “Questo modo di vivere, questo metodo, questo insegnante, mi sta aiutando a liberarmi della mia sofferenza? La mia vita sta diventando meno pesante? Sto diventando meno egocentrico?”

Se non conoscete voi stessi, e intendo ciò al livello più ordinario, semplicemente ciò che vi piace e ciò che non vi piace, siete destinati a inciampare. I lunghi ritiri e le tecniche meditative sono cose belle e utili; ma se le usate a prezzo dell’onestà, dell’imparare a fronteggiare voi stessi e a vedere come vivete e come create sofferenza per voi stessi e per gli altri, allora non ho molta fiducia in esse. Potete essere intensamente concentrati a conseguire la calma, ma se non riuscite a conoscere voi stessi, qualcosa si insinuerà in voi e causerà sofferenza.

Non sono contro la relazione guru-discepolo, se aiuta la gente a liberarsi. Ma non è quello il modello per cui ho lavorato. Nella mia tradizione i Buddha semplicemente indicano la via e tu devi percorrere il sentiero. Ecco ciò che tanto mi piacque nel Buddhismo fin dall’inizio: è un sentiero di responsabilità. Mi considero un guardiano, un portiere. Una persona dice: “Mi trovo intrappolato in questa stanza; sono molto infelice”. Io indico la porta. La porta è nella mente. Dico alla gente che l’uscita dalla loro sofferenza non è più distante del loro respiro. Sta nello stesso luogo della sofferenza.

Ci sono alcune persone straordinarie nel mondo, persone che hanno saputo svilupparsi in misura notevole. Ma sono arrivate? La vita continua e ci sono sempre nuove sfide. Quindi ho rispetto per l’abito e per il lignaggio ma non ne sono eccessivamente impressionato. Tutto si riduce alla stessa cosa: eccoti qua, un essere umano, sulle due tue gambe. Sai prenderti cura di te stesso?

Ciò che dà soddisfazione è aiutare le persone a capire finalmente che, in ultima istanza, non c’è nessuno a cui far riferimento, che tutto ciò di cui hanno bisogno sta dentro di loro: vale a dire la loro capacità di essere autoconsapevoli e di imparare. In certi casi so di aver fatto bene il mio lavoro proprio quando una persona non si fa più vedere.

Una volta una donna si alzò e disse a Krishnamurti: “Sa, sono quindici anni che vengo a sentire i suoi discorsi e finalmente capisco quello che lei mi è venuto dicendo”. Egli chiese: “Che cosa, signora?” Ed ella rispose: “Ciò che è venuto dicendo negli ultimi quindici anni è che lei non può aiutarmi in nessun modo”. Ed egli disse: “Esattamente”.»


da una intervista a Larry Rosenberg, fondatore e insegnante guida del Cambridge Insight Meditation Center a Cambridge, Massachusetts. Tradotta e pubblicata su SATI, Rivista dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza, A.Me.Co, 1-2017





sabato 21 gennaio 2017

Lettera dalla sfiducia e dalla rassegnazione






Sto scoprendo quanto il mio mondo sia segnato dalla sfiducia, seminata a piene mani dalle prime condizioni di vita e poi da circostanze personali, collettive, anche politiche e culturali.
Scopro quanto questa sfiducia è pervasiva e si insinua nei minimi interstizi dell’esistenza.
Credo davvero che l’attenzione al qui e ora sia l’unica alternativa alla negatività e al prendere per normale anche la stagnazione, ma talvolta affondo.
Ho lottato per sfuggire a questa condanna, forse però ho cessato di sperare nella possibilità di farcela.
A volte mi sono nascosto e ho cercato rifugio dietro le apparenze, la maschera dell’autorità, la posizione sociale.
Ora non è più il caso di tergiversare e lasciarsi cullare da illusioni e abitudini.
C’è l’iceberg di sfiducia e di negatività che minaccia la vita, se non sei nel momento presente, con attenzione e con fiducia, resti in balìa del grande mare oscuro di pensieri e di preoccupazioni.


Dunque, come seminare e coltivare la fiducia.
Innanzitutto in ogni occasione non perdere la pazienza, non considerare noioso o inutilmente ripetitivo il ricominciare, ma impegnarsi a riprendere il filo di ogni pratica salutare di presenza consapevole da cui allontanano la distrazione o la disattenzione.
Secondo, non ignorare o sottovalutare le cose spesso reputate secondarie o minori, come l’attenzione alle parole che usiamo, il tono di voce, la faccia che “facciamo”, i cambi di umore, le reattività automatiche...
Le cose piccole, i dettagli hanno un impatto forse sottile ma potente sull’inquinamento della mente e dell’organismo.  Tutto però-senza distinzione di alto e basso, di raffinato e grossolano, ecc.- ha la capacità di accrescere l’oscurità e la confusione ma anche di portare luce e di illuminare la realtà se viene accolto con attenzione non giudicante.
Terzo, non farsi intimidire o scoraggiare dalla difficoltà di andare controcorrente. E’ importante riconoscere le nostre antipatie, magari “a prima vista”, le idiosincrasie, le diffidenze, le paure, ma è solo il primo passo per non arrendersi al moto e all’autopotenziamento dei pregiudizi e dei giudizi sommari. Accettiamo di avvicinarci, e consentiamoci di esplorare anche esseri e cose per cui non proviamo uno spiccato entusiasmo. Questo non significa lasciarsi travolgere e calpestare. E non succederà se siamo svegli. L'accettazione crea fiducia e connessione ed è un rimedio buono alle paranoie, all’isolamento e al senso di separatezza.
Infine, praticare nelle difficoltà il respiro consapevole. Lascio andare il senso di rassegnazione e di depressione espirando consapevolmente. Per ogni respiro inspiro energia e presenza e espiro pesantezza, preoccupazioni e angoscia. Con ogni respiro pratico il rilassamento e il non attaccamento.







sabato 7 gennaio 2017

Ricominciare








A causa di modi di pensare condizionati e abitudinari ti aspetti sulle strade che percorri progressi lineari e misurabili, e a causa di modi ristretti di vedere la realtà dimentichi da dove sei partito e la strada che hai già fatto.
Così quando avresti bisogno di tenacia molli la presa, e dove ti si chiede pazienza ripieghi sulla improvvisazione.

Ti è stato detto e tu stesso hai ripetuto che spesso occorre ricominciare.
Ti ricordi? 
Si può continuare solo ricominciando. 
Si ricomincia per poter continuare.  

Lo hai ripetuto ma non l’hai veramente capito.   
Eppure lo sai che la cosa da fare è semplice: ogni volta che passi la soglia lasci andare il respiro e lo ascolti.

Ricominciare non è fare la stessa cosa, ma fare di nuovo, sentire il calore, vedere più da vicino, mettere a fuoco un dettaglio, sperimentare senza attaccamento, sentire più in profondità... 
E ogni volta, che tu ne sia o meno consapevole, la pazienza si differenzia un po’ di più dalla mera sopportazione e l'esperienza diretta si arricchisce. 

Ricominciare è ritornare in un luogo dove si coltiva la fiducia, e se ne avverte il beneficio.








domenica 13 novembre 2016

Perchè medito?






Un gruppo di meditanti, per non dare per scontata la meditazione e per condividerne l’esperienza, si sono chiesti, ‘Perché medito?’
Ecco alcune risposte, a cui chi vuole può unire, con un commento, la propria voce.

-         Medito, quando medito, per sentire il silenzio.

-         Io, per sentire il corpo e rilassarmi nel momento presente.

-         Per non preoccuparmi delle preoccupazioni. Sono solo pensieri.

-         Per addestrarmi a espirare quando mi sento oppresso da un pensiero o da una preoccupazione.

-         Per la felicità di lavare i piatti con consapevolezza.

-         Per fare una pausa consapevole.


-         E io per imparare a essere amico di me stesso.





sabato 24 settembre 2016

Einstein e la consapevolezza





In una riflessione sul razzismo nella società degli Stati Uniti d'America la cui adeguatezza nel nostro tempo non necessita di essere richiamata, Albert Einstein ricorda che gli antichi greci avevano schiavi che non erano neri ma bianchi fatti prigionieri in guerra, di conseguenza non si poteva parlare di differenze razziali. Eppure Aristotele li giudicava esseri inferiori che erano stati giustamente sottomessi e privati della loro libertà. 

«E' chiaro -dice Einstein- che Aristotele era invischiato in un pregiudizio tradizionale, dal quale, nonostante il suo straordinario intelletto, non poteva liberarsi».

L'intelligenza non ci mette al riparo dal pregiudizio e dall'avversione, siamo immersi nella tradizione, siamo risucchiati dal passato e i modi di pensare propri del "già conosciuto", come dice Krishnamurti, affermando le loro convenienze, inerzie e paure possono danneggiare "il nostro destino e la nostra dignità".

Infatti più che l'intelligenza e le conoscenze tradizionali, le parole di Einstein richiamano l'importanza della consapevolezza, della sua assenza e della sua presenza, rispetto al "renderci quel che siamo".

«Gran parte del nostro atteggiamento verso le cose è condizionata da opinioni ed emozioni che abbiamo assorbito inconsapevolmente da bambini dall’ambiente esterno. In altre parole, è la tradizione – oltre ad attitudini e qualità innate – che ci rende quel che siamo.
Riflettiamo raramente su quanto l’influenza del pensiero consapevole sul nostro comportamento e sulle nostre convinzioni sia piuttosto debole rispetto al peso potente della tradizione».

Albert Einstein, The Negro Question, 1946








mercoledì 27 luglio 2016

Buona estate!









Nel mezzo della grande confusione in cui si dibatte il mondo le parole di chi è riuscito a creare un po’ di pace in se stesso si ascoltano come voci amiche che offrono rifugio invitando a deporre il risentimento e la violenza e a coltivare la consapevolezza e la tranquillità.

Theodor Fontane, l’autore di Effi Briest, scrisse a un suo amico:

“La vecchia battuta, secondo cui siamo solo un’imboccatura di clarino in cui entra fiato da qualche parte ignota, ha pur qualcosa di vero, e l’essere penetrati di tale verità lascia infine soltanto questo duplice sentimento: di modestia e di gratitudine.”




sabato 21 maggio 2016

L'orto di Francesco






Nel cap.12 di Laudato sì, l’enciclica dedicata da papa Bergoglio alla crisi e alla cura della “casa comune” leggiamo che «san Francesco, fedele alla Scrittura, ci propone di riconoscere la natura come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà... Per questo chiedeva che nel convento si la­sciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero ele­vare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza. Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contemplia­mo nella letizia e nella lode.»
Il riferimento all’orto è tratto da un brano della Vita seconda di San Francesco  (CXXIV, 165: Fonti Francescane 750) di Tommaso da Celano:

 “Quando i frati tagliano legna, proibisce loro di recidere del tutto l'albero, perché possa gettare nuovi germogli.
E ordina che l'ortolano lasci incolti i confini attorno all'orto, affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantino quanto è bello il Padre di tutto il creato.
Vuole pure che nell'orto un’aiuola sia riservata alle erbe odorose e che producono fiori, perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna.
Raccoglie perfino dalla strada i piccoli vermi, perché non siano calpestati, e alle api vuole che si somministri del miele e ottimo vino, affinché non muoiano di inedia nel rigore dell'inverno.
Chiama col nome di fratello tutti gli animali, quantunque in ogni specie prediliga quelli mansueti.”

Come possiamo leggere questi insegnamenti?
Sulla proibizione di recidere del tutto l’albero. Può indicare rispetto e attenzione per la vita che ne abbraccia le radici. Nelle radici è la condizione della vita. Talvolta ci si accontenta e si ritiene soddisfatti da una conoscenza superficiale delle cose, delle situazioni e delle persone, ma questa è solo ignoranza, con una battuta o uno sguardo si ritiene di esaurire l’esperienza, laddove esperire implica una ripetuta familiarizzazione, dalla quale soltanto può germogliare la vita.
Sull’ordine di lasciare incolti i confini attorno all’orto e di preservare erbe e fiori. E’ una affermazione del primato del bello dei colori dei profumi e del canto libero sull’utile. Senza di che l’orto isterilisce nel calcolo del prodotto e tradisce la sua stessa origine. Lasciare intenzionalmente qualcosa di incolto è importante come un invito alla misura, al non cercare comunque e sempre l’abbondanza, anche a scapito delle condizioni, e soprattutto perché l’incolto non va letto come abbandono ma appunto come apertura e disponibilità a quel che viene indipendentemente dalla volontà e dalle preferenze individuali. La terra (e l’orto, il bosco, l’ambiente della vita) sono anche “casa comune” e non solo o principalmente proprietà privata, e terreno esclusivo dell’io-mio.
Sul soccorso prestato ai vermi e alle api. E’ sostegno alla vita in tutte le sue forme e esercizio di cura e di pazienza. La pazienza è un bene indispensabile e ineguagliabile. Salvare e sostenere la vita di altri esseri con atti ripetuti e pazienti di cura può essere più formativo e salutare di una petizione o una donazione fatta pigiando un bottone. Nel buddhismo mahayanico si parla di una “mente affettuosa del genitore” che l’essere umano ha la potenzialità di portare in tutti i suoi incontri con altri esseri viventi, situazioni, cose.
Sul nome di fratello dato agli altri animali. E’ comprensione che nasciamo da una vita universale, ciascuno di noi è vita, non siamo uguali ma siamo fratelli.

«Lasciare sempre una parte dell’orto non coltivata» può significare che quella parte non deve essere governata secondo la regola del guadagno, del profitto, del risultato, del frutto.
Che c’è una parte in cui non deve dominare la pianificazione e il disegno dell’ “uomo acquisitivo”.
Che quella parte resta aperta all’incontro di terra e cielo, pioggia e vento, sole e luna, aperta a una vita non prefissata dall’interesse materiale. Aperta alla contemplazione, alla meditazione intesa come pratica della bellezza e della verità.

L’orto di Francesco è una trasparente e fertile metafora del vivente, della natura, della società e in particolare dell’essere umano.
L’orto che può essere visto, e sentito, come organismo vivente, e insieme di macro e microorganismi.
L’orto, così facilmente inquinabile, richiama la realtà dell’essere umano e della necessaria consapevolezza di quelle condizioni non salutari che ne pregiudicano la salute, come avidità, rabbia e confusione.
L’orto che va rispettato e curato con presenza e costanza animate da compassione verso gli esseri viventi che ospita, riporta alla realtà di mente-corpo, la cui salute richiede la cura della benevolenza e della compassione verso se stessi.
L’orto ci ricorda che la tecnologia può portare all’estinzione se non è bilanciata da altri tipi di intelligenza.



                                                                                                       





domenica 17 aprile 2016

Pensare pensieri






Talvolta ci rendiamo conto di stare pensando pensieri che partono da circostanze improbabili e persino da sciagure e disgrazie, specialmente altrui, e finisce che portano a un nostro guadagno o successo...
E’ allora il momento di prendere atto che una formidabile, molto sottovalutata e inconscia forza d’inerzia, che si nutre da sempre di “io” e di “mio”, mi propina di continuo l’illusione di me stesso come entità indipendente dotata di sostanza e di durata illimitata.
Immaginiamo occasioni e combinazioni favorevoli per realizzare desideri e questi mettono in moto altri pensieri che spesso indirizzano energie e prospettive verso orizzonti angusti e tossici.

E se ce ne accorgiamo non è perché siamo esseri razionali, questo viene dopo, se viene, ma probabilmente grazie a una pratica di consapevolezza che ci porta a intravvedere quel che è sepolto nel profondo e avvolto nelle morbide e sonnolenti coltri del torpore.




domenica 6 marzo 2016

Risvegliarsi...





Risvegliarsi alla realtà dell’attaccamento, ed esplorarne la profondità, caparbietà, vischiosità -così evidente nelle vicende familiari e in quelle professionali, dove l’aprirsi al cambiamento e lasciar andare dipende da te, e ti puoi sempre aspettare da te stesso una giravolta che ti riporta al punto di prima. Così che preferiresti talvolta essere obbligato, non avere scelta, e che sia qualcuno o qualcosa che ti metta di fronte al “non ce n’è più”, “è così”, “è finita”... 
Eppure il risvegliarsi è nel segno della positività, puoi vedere le cose come sono, puoi vivere e testimoniare i testacoda dei pensieri, gli alti e bassi, gli attacchi di ansia, l’avanti e indietro, scoprirti attaccato al consueto e nello stesso tempo desideroso di libertà, di fuoriuscita dall’abitudinario, curioso di saggiare più a fondo te stesso...

Risvegliarsi alla spinta del voler conoscere in anticipo il futuro e di programmarlo, del sentire l’incertezza come stress, del rifiuto di onde e di scossoni...
E, anche, lo scoprire pur tra la fatica e i dubbi che la via dell’esplorazione è una via di attenzione e di presenza alla vita -“io ci sono”, non sono uniformato e silenziato, posso provare a vedere e a conoscere direttamente...


Vivere il tempo del cambiamento non come deriva, nel segno della paura del peggio, ma come tempo di apertura, di esplorazione, di osservazione, di approfondimento e di maturazione grazie alla stabilità offerta dalla pratica dell’attenzione, della consapevolezza e della fiducia.




domenica 21 febbraio 2016

Attenzione e vita





Senza attenzione la vita non sarebbe davvero vissuta ma scorrerebbe via tra abitudini e conformismi. Attraverso l'esercizio paziente dell'attenzione che, nonostante la corrente avversa delle distrazioni, mi riporta al presente posso cercare di dare uno sguardo dall'interno alla mia vita. Quando perdo il filo dell'attenzione occorre che ritorni ad essa. Tutto quello che mi viene incontro in ogni momento di attenzione è in quel momento la mia vita. Non posso arrivare ad apprezzarla se non offro la mia attenzione.
Se mi distraggo ho delle possibilità di ritornare al momento presente: la gratitudine per un giorno di sole o per una camminata, la parola data o ricevuta da un amico, la generosità nei confronti di chi mi chiede ascolto, la pazienza per una incombenza faticosa, il raccoglimento nel silenzio, la meditazione nella quale prescindo da ogni risultato utile e testimonio con il mio essere presente il momento presente...
Talvolta però dimentico che attenzione non è riservata a quel che mi piace, ai momenti gradevoli: ancora più importante per creare coraggio ed equanimità è l’attenzione quando illumina il momento che stride, che infastidisce, che non piace. E che non va cacciato via perchè la vera attenzione è a quello che c'è così com'è. Il resto è compiacenza.

E' un passo importante inciampare nella pietra del non mi piace, mantenere l'attenzione aperta a quello che non mi piace e sentirne il sapore, sentire com’è.

E’ importante perché  comporta l'esperienza diretta del fatto che le sensazioni nascono e muoiono e di essere noi stessi vulnerabili e di passaggio. Una esperienza che può aprire la porta non all’indifferenza e alla negatività bensì alla fiducia, alla compassione e a una iniziale consapevolezza di essere connessi con l’intero universo.




sabato 13 febbraio 2016

Empatia e arroganza. Una lettera





Difficile non è essere gentili e simpatetici con chi sta modestamente al suo posto e con lui non si è tentati dalla rabbia e presi dall’emozione dell’offesa al proprio onore e stato, ma per condiscendenza e sicurezza nella propria superiorità. Mentre è difficile esserlo con gli arroganti, gli avidi, che sono mossi, o così pare, da autocentratezza e da egoismo e ti chiedi perché dovresti piegarti alle loro richieste o pretese, perché dovresti inchinarti o dire di sì, un inchino o un sì che giovano a che cosa, a chi?

Ma il giudizio impedisce di essere con l’altro. Qualunque tipo di giudizio, di superiorità, di inferiorità e anche il confronto. Il giudizio serve l’identificazione non la connessione o il contatto con l’altro.

Quando non siamo identificati, non reagiamo con il tono sdegnato, l’irritazione, il fastidio che indicano proprio l’identificazione, quella reazione propria dell'io-mio ferito, e allora l’eventuale arroganza, avidità, invadenza altrui, dalle quali siamo distaccati, non ci sembreranno così gravi serie importanti e cadranno per terra e noi saremo in grado di rispondere in maniera adeguata alle nostre proprie premesse.
Quando non c’è identificazione e attaccamento c’è spazio per la consapevolezza e il discernimento e se messi di fronte all’arroganza, o all’ invadenza di pretese brutali o richieste insinuanti, facciamo in maniera semplice e  distaccata presente: “questo non è possibile” (oppure, con leggera, ma molto leggera, ironia: “mi avvalgo della facoltà di non rispondere” o “mi appello al Quinto Emendamento”) e siamo pienamente contenti di questa risposta senza quell’attaccamento al sapore, al gusto, al profumo dell’indignazione, del sarcasmo, della rivincita verbale o della sfuriata.


Infine, la persona benintenzionata ma priva di una pratica quando è stretta tra l’arroganza altrui e l’amor proprio talvolta ricorre al ragionamento e fa delle concessioni ma poi se ne rammarica. Per ragionamento intendo qualcosa come cercare nella propria esperienza delle giustificazioni per l’altro. Questo può anche essere utile, per esempio può portarci al punto di comprendere l’ansia o la paura nell’altro ed essere più indulgenti, ma non basta, perché quel che fa la differenza è l’identificazione, e in presenza di identificazione lo sforzo di comprensione è non solo limitato ma sempre revocabile. L’io magari offre tolleranza e comprensione ma sbotta subito dopo per qualcosa che avverte come "francamente eccessivo".





sabato 16 gennaio 2016

A che cosa io servo?





I versi di Ryōkan, che seguono, sono tanto onesti quanto risoluti, tanto dimessi, ma senza affettazione di modestia, quanto naturalmente energici, nella persuasione al rispetto per l’essere umano e alla consapevolezza per l’esperienza umana, anche la meno appariscente e all’apparenza poco rilevante.  Risuonano esemplari eppure (come il monte Kugami nella poesia del post del 3/01/2016) aperti a tante viste e visibili da varie posizioni.

A che cosa io servo
la gente mi domanda
a che cosa io servo
in mezzo alle canne
il mattino mi apro un cammino
andando dove ho voglia di andare

(da L’eremo dal tetto di paglia, ed.Acquaviva)






domenica 10 gennaio 2016

Si può meditare sull'amore?




Un’amica mi rivolge la domanda: “Si può meditare sull’amore”.

Quando mi avvicino al momento presente con dedizione e con calma non esprimo forse una intenzione, un pensiero, un atto d'amore?
E a cos’altro posso assomigliare il restare qui e ora, in uno stato di tranquillità, di apertura, di attenzione ricettiva, che non divaga da un oggetto all’altro?
E quando, sentendomi distratto, faccio ritorno al momento presente e alla consapevolezza, non gioisco forse di gratitudine e di fiducia?


Forse l’essere umano che vive nell'attenzione e si prende cura della propria condizione mentale, non sente il bisogno di meditare sull’amore tematizzandolo come un oggetto esterno, perché ne è infuso...  






venerdì 25 settembre 2015

Se l'ami abbastanza




Miti di tutto il mondo dicono di uomini e donne in cerca dell’elisir che protegga dalla sofferenza. La risposta del buddhismo è la consapevolezza. Come funziona la consapevolezza? Lasciatemi illustrare con una storia che divenne la base per il film del 1988 “Gorilla nella nebbia”. Il film racconta di Dian Fossey, una coraggiosa biologa ricercatrice sul campo che riuscì a farsi amica una tribù di gorilla. Fossey era andata in Africa sulle orme del suo mentore George Shaller, un famoso biologo dei primati che era ritornato dalla foresta con informazioni sulla vita dei gorilla più profonde e cogenti di qualsiasi altro scienziato prima di lui. Quando i suoi colleghi gli domandarono come era riuscito ad apprendere dettagli così rimarchevoli circa la struttura tribale, la vita familiare e le abitudini dei gorilla, egli l’attribuì a una semplice cosa: non portava con sé un fucile.
Precedenti generazioni di biologi erano entrati nel territorio di questi grandi animali presupponendo che fossero pericolosi. Così gli scienziati venivano con uno spirito aggressivo, con grandi fucili in mano. I gorilla potevano sentire il pericolo intorno a questi uomini con i fucili spianati e se ne tenevano a lunga distanza. Al contrario, Shaller -e più tardi la sua studentessa Dian Fossey- entrarono nel loro territorio senza armi. Dovevano muoversi lentamente, con gentilezza, e soprattutto con rispetto nei confronti di queste creature. E, col tempo, sentendo la benevolenza di questi umani, i gorilla gli permisero di venire proprio in mezzo a loro e imparare i loro modi. Sedendo immobile, ora dopo ora, con sollecita, paziente attenzione, Fossey finalmente capì quello che vedeva. Come spiegò il saggio afro-americano George Washington Carver: “Qualunque cosa rilascerà i suoi segreti se l’ami abbastanza.”

Jack Kornfield







venerdì 11 settembre 2015

Consapevolezza e Pace Interiore





Il non restare attaccati al fastidio e all’irritazione è un chiaro sintomo di pace interiore (vedi su questo blog il post del 14/09/2013).    


Ad esempio sediamo in meditazione e non avendo spento il cellulare  -magari perché riteniamo che nessuno debba osare disturbarci, in quanto non è stato autorizzato- siamo costretti a interrompere la seduta e rispondere. Ammettiamo che il punto di partenza dello spiacevole evento è un torreggiante e minaccioso senso dell’io che crede nella propria importanza e considera sacra la propria agenda. Dal call center ci assaltano con una speciale offerta e noi, a difesa della nostra pace interiore, abbiamo uno scatto di aggressività, magari si tratta della stessa offerta che da un altro call center ci hanno proposto soltanto ieri sera. Diverso sarebbe se la telefonata fosse di congratulazioni e di rallegramenti per i post che appaiono su questo blog...


Ritornando a sedere ci rendiamo conto -ed è un segnale positivo, di consapevolezza- che il fastidio si è trasformato in resistenza a stare nel momento e nell’esperienza del momento e ci ritroviamo a rimuginare su quanto è accaduto, così  da ritrovarci ben presto impigliati nei più assurdi pensieri, naturalmente negativi, di tipo sociale, politico, culturale, e personale, che mettono in moto associazioni di altri pensieri, ricordi e sensazioni, tendenzialmente ossessivi e paranoici.
Tutto questo è attaccamento e frutto dell’attaccamento.


Quando invece lasciamo andare il fastidio e non ci impantaniamo nel conflitto la porta è aperta per ritornare senza strattoni e con gentilezza alla originaria intenzione di pratica e capire che non è poi così impossibile seguire la corrente e gioire momento per momento del cammino.




venerdì 4 settembre 2015

All'aperto







Una poesia di Tomas Tranströmer (Stoccolma, 15 aprile 1931- 20 marzo 2015) ricorda l’atmosfera della pratica meditativa. Il silenzio, il bosco delle sensazioni, il risvegliarsi dell’attenzione, la disponibilità o indisponibilità a riconoscere la realtà della nostra esperienza, la scoperta di appena accennati rumori, gli indizi di una realtà misteriosa e più vasta del piccolo io rispetto alla quale possiamo chiuderci nelle strette della paura e nell’ansia oppure aprirci all’ascolto, considerando ogni momento nuovo e inedito.

 

All’aperto

Entra! In questa stagione il bosco

è silenziosi locali abbandonati.

Solo rumore di battiti come se qualcuno

spostasse piano i rami con una pinzetta.

O un cardine che cigola

in un grosso tronco.

dalla raccolta Poesia dal silenzio, Crocetti editore, trad. di Maria Cristina Lombardi









mercoledì 26 agosto 2015

Lettera a un ragazzo sulla non-violenza






Carissimo,

sarei contento se tu leggessi questa lettera nata dallo scambio di idee, di opinioni e di emozioni che abbiamo avuto.

Alcuni di noi sono per la non violenza, ne parlano e la sbandierano ma spesso continuiamo a ignorare quanta attenzione, onestà, integrità e costanza richieda il praticarla.

E forza, molta più forza che il lamentarsi o piangersi addosso o lasciarsi prendere dal risentimento e dall’energia della rabbia.

E qualcosa, una dedizione, un impegno, più profondo e personale di uno slogan accattivante.

La violenza nelle relazioni interpersonali può presentarsi come una spirale in cui siamo risucchiati prima di rendercene conto se non conosciamo quelle tendenze, inclinazioni, debolezze che possono facilmente renderci ciechi e sordi ai pensieri, alle parole, e alle azioni, nostre e altrui.

Può essere utile visualizzare la situazione come quella di un uomo che si trovi dentro un fosso irto di chiodi appuntiti, vetri aguzzi e lame taglienti e che abbia appena lo spazio per venirne fuori ma solo se si muove con consapevolezza sveglia perché ogni distrazione e inavvertenza può ferirlo gravemente.

Come parla, come muove le mani, come si lascia prendere da una certa idea, tutto può essergli fatale e spingerlo più a fondo.

Quello che considera un dato obiettivo può essere a causa del suo tono di voce recepito come un’offesa. La metafora cui fa ricorso per illustrare la sua ragione può prendergli la mano e trasformarsi in una polemica senza quartiere contro l’avversario. Il ricordo dei comportamenti passati di questi divenire un’ossessione che gli toglie la calma. Fino al momento in cui la rabbia si impossessa di tutto il suo essere e in preda ad essa scoppia in urla e in atti di violenza contro oggetti ed esseri viventi, umani e non.

Anche uomini essenzialmente innocui possono trasformarsi in violenti se non curano la pace del cuore e della mente.

Due persone pronte a una conversazione, che si conoscano e conoscendosi sappiano di correre qualche pericolo di cadere nella trappola della violenza, mentale, verbale e fisica, dovrebbero impegnarsi, direi far voto preventivo, di rinunciare ad ogni costo a provocazioni, ingiurie, argomenti tendenziosi o equivocabili e naturalmente a manifestazioni di vera e propria violenza fisica. 

Se si rendono conto che non gli è possibile per qualche motivo nonostante le buone intenzioni dovrebbero aggiornare la loro conversazione a un altro momento, quando saranno più calmi.

Ciao, sono certo che riflessione e consapevolezza facilitano il cammino di ciascuno di noi verso l'essere che desideriamo più felice, saggio e senza paura di liberarsi dalle catene e dalle remore del passato e delle abitudini.

Un abbraccio