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mercoledì 15 luglio 2015

Il falco, la quaglia e il territorio ancestrale







Una di queste mattine, dopo un primo passo in internet tra le suggestioni, i divertimenti, le varie offerte dal mondo dei sensi e gli spot dell’infinito intrattenimento, mi sono fermato, e ho scelto di occuparmi di quelle cose che comportano impegno e presenza mentale, le cose che rappresentano la mia occupazione, la mia realtà e gli “affari miei”: riprendere il filo di un discorso, organizzare un lavoro, entrare senza frapporre indugi nella mia pratica.

Questo ha riportato alla memoria l’insegnamento del Buddha nel Sutta del falco: finchè la quaglia vaga fuori dal proprio «territorio ancestrale» non può non essere preda del falco; fin quando resta nel proprio territorio, identificato in un “campo arato di recente”, potrà rifugiarsi dietro la zolla contro la quale si infrange l’attacco dello sparviero, pur con tutta la sua forza, velocità e sicurezza di sé.

Fuori dal «territorio ancestrale», ci attendono, sempre accessibili, le consuete novità mondane, dall’apparenza vaga, seduttrice, incantevole, e la canzone che cantano è la stessa: divertiti, divertiti, dormi, dormi...

Il «territorio ancestrale» lo vedo proprio come il mio laboratorio, in cui presto attenzione e fiduciosa sollecitudine, adopero l’ingegno e i mezzi abili adatti all’attività specifica, lasciando andare le divagazioni e quel che non mi riguarda.

giovedì 17 aprile 2014

Solerzia




Nel secondo Sefer Torah incontriamo un verso della Parashat HaChodesh : “…e osserverete (vigilerete) le matzòt…” (Shemòt; 12, 17), nel quale il commentatore Rashì ci invita a non leggere matzòt, bensì mitzwòt, in virtù dell’omografia delle due parole che hanno in ebraico le stesse consonanti. “…come non devi lasciare ferme le azzime a lievitare così non dobbiamo lasciare fermentare una mitzwah che ci capita di eseguire…”.
In questo senso la matzah, per Rashì, diventa il paradigma di ogni mitzwah la cui dimensione è essenzialmente la solerzia. I cambiamenti e le trasformazioni, di cui Pesach è simbolo, passano quindi attraverso un’operosità veloce. Ci sono situazioni in cui le analisi dettagliate e gli approfondimenti concettuali possono determinare una lievitazione eccessiva che rischia di trasformare tutto in un ebraismo immobile caratterizzato e contaminato da troppe sovrastrutture ideologiche. Il chametz, del resto, non è forse una matzah che ha “riposato” troppo?
rabbino Roberto Della Rocca, da Pagine Ebraiche