Se
consentiremo con onestà e con coraggio allo tsunami di sofferenza, di
tristezza, di cambiamenti traumatici, di contattarci, con la sua richiesta di
ascolto e di attenzione, invece di piegarne il senso dentro i consueti
riservati dominii fatti di solitarie paure, preoccupazioni e compensazioni, o di
immaginarie vie di fuga, allora, molto spesso da un luogo di silenzio e di
calma, nascerà l’indicazione di quel pensiero, parola, azione, di quel gesto,
nella sua riconoscibile qualità alla nostra portata, che sarà certamente
percepito e accolto come benefico, utile e portatore di pace da noi stessi e
possibilmente da altri.
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domenica 15 novembre 2015
lunedì 18 novembre 2013
Alla tristezza (2)
Il poema di
Neruda si apre con una sentita invocazione:
Tristezza, ho bisogno
della tua ala nera,
c’è troppo
sole, miele,
sorrisi, topazio, luce rotonda…
L’ “ala
nera” di cui il poeta sente di aver bisogno forse aprirà la sua vita a una
condizione non dominata dal “troppo” e potrà riportarlo alla pioggia, alla terra, al tronco
spezzato nell’estuario, alla luce del lume che si spegne quando la paraffina
finisce, alle cose così come sono, che hanno un inizio e una fine.
Neruda ricorda se stesso
alla finestra che guardavo ciò che non era,
ciò che non succedeva
e rimpiange
quella luce nera.
E chiude con un’altra invocazione, una preghiera:
toglimi luce e lascia
che mi senta sperduto e miserabile
e tremi tra le fibre del crepuscolo
Una chiusa
che ribadisce il bisogno di essere fuori dal "troppo", di potersi sentire,
finalmente!, anche sperduto e miserabile, e tremare, come fibra tra le
fibre.
La felicità
non ci viene dal "troppo" o dal rifiuto del "poco", né dalla ricerca di gratificazioni.
Possiamo
accumulare successi, piaceri, fortune, sensazioni di sicurezza proprie dell’ideologia,
e soddisfazioni che arrivano dal rispecchiamento reciproco dei seguaci con il
capo e dei fan con la star o del guru con i suoi adepti.
Sono colpito
dai versi del poeta cileno che ricordano i giorni in cui guardiamo dalla
finestra “ciò che non era, ciò che non succedeva”.
E questo “non
essere” quello che sarebbe diventato, questo “non succedere” quel che
desideravamo, lo sentiamo semplice e aperto.
Una volta un
tale sentimento veniva irriso come non volersi sporcare le mani o voler restare
innocenti.
E il verso
può essere anche letto come rimpianto del tempo in cui “eravamo poveri e belli”.
Ma forse la poesia ri-guarda la tendenza che abbiamo a ubriacarci di illusioni, a
rimpinzarci di questo e di quello, a rifugiarci nell’acquisizione di
pseudo-certezze, finché ci risvegliamo e vediamo che l’indulgenza, il “troppo”
di topazio e di miele, di pienezza e di luci, ci tiene lontani dalla nostra
stessa vita e toglie qualcosa alla spaziosità e alla libertà di quello che è così com’è.
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Tristezza
sabato 16 novembre 2013
Alla tristezza (1)
Tristezza,
ho bisogno
della tua
ala nera,
c’è troppo
sole, troppo miele nel topazio,
ogni raggio
sorride
sui prati
e tutto è
luce rotonda intorno a me
e tutto, in
alto, è come un’ape elettrica.
Perciò
la tua ala
nera
dammi,
sorella
tristezza:
ho bisogno
che si estingua qualche volta
lo zaffiro e
che cada
l’obliquo
rampicante della pioggia,
il pianto
della terra:
voglio
quel tronco
spezzato nell’estuario,
la vasta
casa buia
e mia madre
che cerca
paraffina
per riempire
il lume
finché la
luce
non esalava
l’ultimo respiro.
La notte era
lenta a venire.
Il giorno
scivolava
verso il suo
cimitero provinciale
e fra il
pane e l’ombra
ricordo me
stesso
alla
finestra che guardavo ciò che non era,
ciò che non
succedeva,
e un’ala
nera d’acqua che calava
su quel
cuore che lì forse
ho scordato
per sempre, alla finestra.
Ora,
rimpiango
quella luce
nera.
Dammi il tuo
lento sangue,
pioggia
fredda,
dammi il tuo
volo attonito!
Al mio petto
rendi la
chiave
della porta
chiusa,
distrutta.
Per un
minuto, per
una breve
vita,
toglimi luce
e lascia
che mi senta
sperduto e miserabile,
che tremi
tra le fibre
del
crepuscolo,
che riceva
nell’anima
le mani
tremebonde
della
pioggia.
Pablo Neruda
Questa poesia di Neruda me l'ha fatta conoscere Francesco
Pieroni, che a un seminario esperienziale sulla poesia come espressione e cura, l'ha presentata con queste parole:
“… quasi per
fuggire dal mondo troppo brillante attorno a lui, Neruda ritorna a pensare alla
sua infanzia, ricordandone l’insicurezza e l’amarezza, e quando sperava in un
futuro migliore, un futuro che è arrivato pieno di successi e di amore, ma che
non ha portato lo stesso la vera felicità!
Ho trovato
questa poesia di Neruda in una piccola, vecchia raccolta, e ne sono rimasto
profondamente colpito, perché mi pare molto lontana dalle sue classiche poesie
delicate, piene d’amore e di speranza. “Alla tristezza” è una poesia molto
inquietante, che racconta un Neruda in crisi esistenziale, un Neruda che mette
in discussione tutto ciò che ha fatto. Il poeta vorrebbe quasi liberarsi di
quella fastidiosa ‘ape elettrica’ che brilla sopra di lui. Quell’illusione
ipocrita che, tra l’altro, si è creato lui stesso.”
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