Visualizzazione post con etichetta Lettera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lettera. Mostra tutti i post

domenica 28 maggio 2017

Una lettera di Albert Einstein






Nel 1950 Albert Einstein scrisse una lettera a Robert E.Marcus, direttore del World Jewish Congress, il cui figlio era appena morto di poliomielite.

Egregio dottor Marcus,
un essere umano è parte di quel tutto che abbiamo battezzato «universo», una parte limitata nel tempo e nello spazio. Sperimenta se stesso, i propri pensieri e sentimenti come qualcosa di separato dal resto, una specie di illusione ottica della coscienza. La lotta per liberarsi da tale illusione è il solo scopo della vera religione. Non nutrire l’illusione ma cercare di sormontarla è il modo per raggiungere l’unica pace interiore che sia alla nostra portata.
Con i miei migliori auguri
Sinceramente suo,

Albert Einstein







sabato 13 febbraio 2016

Empatia e arroganza. Una lettera





Difficile non è essere gentili e simpatetici con chi sta modestamente al suo posto e con lui non si è tentati dalla rabbia e presi dall’emozione dell’offesa al proprio onore e stato, ma per condiscendenza e sicurezza nella propria superiorità. Mentre è difficile esserlo con gli arroganti, gli avidi, che sono mossi, o così pare, da autocentratezza e da egoismo e ti chiedi perché dovresti piegarti alle loro richieste o pretese, perché dovresti inchinarti o dire di sì, un inchino o un sì che giovano a che cosa, a chi?

Ma il giudizio impedisce di essere con l’altro. Qualunque tipo di giudizio, di superiorità, di inferiorità e anche il confronto. Il giudizio serve l’identificazione non la connessione o il contatto con l’altro.

Quando non siamo identificati, non reagiamo con il tono sdegnato, l’irritazione, il fastidio che indicano proprio l’identificazione, quella reazione propria dell'io-mio ferito, e allora l’eventuale arroganza, avidità, invadenza altrui, dalle quali siamo distaccati, non ci sembreranno così gravi serie importanti e cadranno per terra e noi saremo in grado di rispondere in maniera adeguata alle nostre proprie premesse.
Quando non c’è identificazione e attaccamento c’è spazio per la consapevolezza e il discernimento e se messi di fronte all’arroganza, o all’ invadenza di pretese brutali o richieste insinuanti, facciamo in maniera semplice e  distaccata presente: “questo non è possibile” (oppure, con leggera, ma molto leggera, ironia: “mi avvalgo della facoltà di non rispondere” o “mi appello al Quinto Emendamento”) e siamo pienamente contenti di questa risposta senza quell’attaccamento al sapore, al gusto, al profumo dell’indignazione, del sarcasmo, della rivincita verbale o della sfuriata.


Infine, la persona benintenzionata ma priva di una pratica quando è stretta tra l’arroganza altrui e l’amor proprio talvolta ricorre al ragionamento e fa delle concessioni ma poi se ne rammarica. Per ragionamento intendo qualcosa come cercare nella propria esperienza delle giustificazioni per l’altro. Questo può anche essere utile, per esempio può portarci al punto di comprendere l’ansia o la paura nell’altro ed essere più indulgenti, ma non basta, perché quel che fa la differenza è l’identificazione, e in presenza di identificazione lo sforzo di comprensione è non solo limitato ma sempre revocabile. L’io magari offre tolleranza e comprensione ma sbotta subito dopo per qualcosa che avverte come "francamente eccessivo".





mercoledì 26 agosto 2015

Lettera a un ragazzo sulla non-violenza






Carissimo,

sarei contento se tu leggessi questa lettera nata dallo scambio di idee, di opinioni e di emozioni che abbiamo avuto.

Alcuni di noi sono per la non violenza, ne parlano e la sbandierano ma spesso continuiamo a ignorare quanta attenzione, onestà, integrità e costanza richieda il praticarla.

E forza, molta più forza che il lamentarsi o piangersi addosso o lasciarsi prendere dal risentimento e dall’energia della rabbia.

E qualcosa, una dedizione, un impegno, più profondo e personale di uno slogan accattivante.

La violenza nelle relazioni interpersonali può presentarsi come una spirale in cui siamo risucchiati prima di rendercene conto se non conosciamo quelle tendenze, inclinazioni, debolezze che possono facilmente renderci ciechi e sordi ai pensieri, alle parole, e alle azioni, nostre e altrui.

Può essere utile visualizzare la situazione come quella di un uomo che si trovi dentro un fosso irto di chiodi appuntiti, vetri aguzzi e lame taglienti e che abbia appena lo spazio per venirne fuori ma solo se si muove con consapevolezza sveglia perché ogni distrazione e inavvertenza può ferirlo gravemente.

Come parla, come muove le mani, come si lascia prendere da una certa idea, tutto può essergli fatale e spingerlo più a fondo.

Quello che considera un dato obiettivo può essere a causa del suo tono di voce recepito come un’offesa. La metafora cui fa ricorso per illustrare la sua ragione può prendergli la mano e trasformarsi in una polemica senza quartiere contro l’avversario. Il ricordo dei comportamenti passati di questi divenire un’ossessione che gli toglie la calma. Fino al momento in cui la rabbia si impossessa di tutto il suo essere e in preda ad essa scoppia in urla e in atti di violenza contro oggetti ed esseri viventi, umani e non.

Anche uomini essenzialmente innocui possono trasformarsi in violenti se non curano la pace del cuore e della mente.

Due persone pronte a una conversazione, che si conoscano e conoscendosi sappiano di correre qualche pericolo di cadere nella trappola della violenza, mentale, verbale e fisica, dovrebbero impegnarsi, direi far voto preventivo, di rinunciare ad ogni costo a provocazioni, ingiurie, argomenti tendenziosi o equivocabili e naturalmente a manifestazioni di vera e propria violenza fisica. 

Se si rendono conto che non gli è possibile per qualche motivo nonostante le buone intenzioni dovrebbero aggiornare la loro conversazione a un altro momento, quando saranno più calmi.

Ciao, sono certo che riflessione e consapevolezza facilitano il cammino di ciascuno di noi verso l'essere che desideriamo più felice, saggio e senza paura di liberarsi dalle catene e dalle remore del passato e delle abitudini.

Un abbraccio
 
 
 
 
 

lunedì 6 aprile 2015

La grazia della consapevolezza.Una lettera




Carissima,

questa mattina mi sono svegliato graziato dalla consapevolezza di quello che facevo, preparare il caffè, riscaldare il latte, mettere lo yogurth in tavola, sorridere a chi incontravo nel corso di queste occupazioni, attento ai movimenti della mente, i pensieri passeggeri, i pensieri che si ripresentano, fino al momento in cui, avendo salutato chi stava per uscire, mi sedevo sul cuscino per la meditazione seduta.

Grazie a questo mi sono trovato nello stato d'animo più propizio per scriverti poche righe che ti possano accompagnare nella tua giornata.

E che iniziano con la condivisione di una semplice  riflessione. Come esseri umani siamo esposti a tante traversìe e a tante gioie, è mia persuasione che tutto quello che ci può capitare può essere vissuto in maniera più leggera e tranquilla se ne siamo consapevoli. Se riusciamo a mantener viva la luce della consapevolezza, e la fiducia in essa, attraverso il tumulto e i mutamenti, se ci ricongiungiamo con la sensazione di esserci, così come siamo, questa consapevolezza ci assiste e ci protegge.

Certo, occorre seguirla e averne cura, talvolta arriva come una grazia, una ispirazione che porta calma e presenza in quello che facciamo, e sempre si giova della pratica.

C'è una radice comune tra il primo moto dell'attenzione, da cui nasce la consapevolezza, e l'amore inteso come benevolenza, disposizione al bene, essere e muoversi nel mondo con tranquillità, con ispirazione, qui e ora, momento dopo momento.

Trova, troviamo, questa radice, affidiamoci con fiducia alla consapevolezza. E diamole lo spazio e l'apertura che merita.
 
 
 
 
 

venerdì 3 ottobre 2014

Una lettera di Jack Kornfield dalla Birmania




Nessuno dovrebbe nella rabbia o nell’odio
desiderare di far male ad altri
Il Buddha, nel Metta Sutta

 

In superficie, la Birmania dell’entroterra non è molto cambiata dal 1971, quando vi ricevevo la mia formazione da monaco nei monasteri di Mahasi e Sunlun Sayadaw. Il paesaggio verde e polveroso è punteggiato da templi e pagode dorate. Ci sono poveri contadini e piccole cittadine dai mercati colorati. Il popolo birmano resta straordinariamente gentile e di buon cuore, la nazione un centro venerato di insegnamenti buddhisti.

Ma adesso c’è anche paura, una corrente sottostante di tensione che si diffonde attraverso il paese. Ho fatto di recente ritorno dalla Birmania dove ho lavorato con attivisti per la pace e per Partners Asia, a sostegno di scuole, rifugi per orfani e donne maltrattate, programmi per HIV, ambulatori di campagna, e altri meravigliosi progetti. Ho trovato tra cambiamenti positivi e lenti movimenti verso la democrazia, crescente intolleranza e conflitto religioso ed etnico.

Le notizie dicono di monaci che attraversano la Birmania e usano gli insegnamenti buddhisti per incoraggiare la violenza e l’approvazione di leggi inumane. Qui in Occidente molte persone sono scioccate. Non è il buddhismo la religione che predica contro la violenza e le uccisioni? Sono vere queste storie? Come dobbiamo comprenderle?

Le storie sono vere. Viaggiando attraverso la Birmania di recente, ho incontrato alcuni di questi monaci che fomentano odio e fervore sciovinista. Non vogliono sentir parlar di pace e hanno avuto successo nel seminare diffidenza in lungo e in largo in buona parte del paese. Sotto la loro influenza, tassisti e negozianti da Rangoon a centri urbani remoti parlano della loro paura di una presa del potere dei musulmani e dell’ “insegnamento di Buddha” per cui talvolta la violenza è necessaria per proteggere la nazione. Tale pericolosa situazione richiede qualche spiegazione.

La più grande fonte di conflitto è la situazione incerta dei musulmani Rohingya nell’estremo occidente della Birmania. Rakhine è una bella terra al confine con il Bangladesh che è stata per secoli un regno marinaro. Ma da quando i re della Birmania centrale conquistarono Rakhine, il popolo è stato maltrattato. E nel corso dell’ultimo secolo, un milione di musulmani Rohingya, alla ricerca di nuove  opportunità o in fuga dalla povertà e dai maltrattamenti nell’odierno Bangladesh, si sono stabiliti in Rakhine. Oggi, il sovrappopolato Bangladesh non vuole riaccoglierli lasciandoli ritornare indietro e i nativi Rakhine, già poveri e angariati dal governo centrale, temono di perdere terra e mezzi di sostentamento in favore degli immigrati musulmani, anche se molti Rohingya  hanno vissuto in quella terra pacificamente per decenni.

L’attuale pressione economica ha reso la situazione pronta per la paura, la violenza, e la strumentalizzazione politica. Case e attività di musulmani sono state date alle fiamme e 100 mila musulmani Rohingya, molti bambini e donne tra di loro, sono stati forzatamente rinchiusi dentro campi per rifugiati. Quando ho parlato con Rohingya  provenienti da Rakhine, i loro occhi si ingrandivano per lo sgomento, ed era palpabile l’impotenza e la paura di aggressioni da parte della maggioranza buddista. Recentemente, il rullante richiamo di tamburi alla violenza contro i musulmani e altre minoranze si è diffuso in altre parti del paese, spesso con la tacita approvazione della polizia locale e dell’esercito.

Sono testimone in prima persona del propagarsi della violenza nella città di Lashio nello stato settentrionale di Shan, dove nell’anno passato una moschea, attività economiche, e un orfanotrofio musulmano sono stati dati al fuoco, non lontano dalla più venerata pagoda della città. I buddisti del luogo con cui ho parlato erano amichevoli ma anche preoccupati, e dalle loro file provenivano le folle  che appiccavano il fuoco ai vicini musulmani.

Dei circa mezzo milione di monaci e monache in Birmania, coloro che sposano l’odio e sostengono la violenza sono un pugno, meno dell’un per cento. Tuttavia il loro messaggio di paura e di pregiudizio ha una risonanza a causa di svariati fattori.

Innanzitutto, i monaci radicali hanno collegato con successo l’insegnamento buddista con il nazionalismo. Il buddhismo insegna la nobiltà  di tutti gli esseri umani, senza distinzione di casta, di razza, o credo. Ma gli umani riescono a far cattivo uso di tutto, dharma compreso, e questi monaci sono diventati fondamentalisti che sposano il pregiudizio nel nome del dharma. Con il 40 per cento della popolazione birmana diviso in 135 gruppi etnici, tre milioni di musulmani, e una dozzina di guerre civili in lenta ebollizione, i malaccorti monaci dicono ai buddisti birmani che devono combattere contro i diversi per conservare la nazione.

In secondo luogo, dal momento della recente transizione a un governo quasi-civile, c’è crescente insicurezza, sviluppo economico predatorio e inganno politico. Durante precedenti viaggi nel periodo del regime militare, amici avrebbero potuto essere imprigionati o torturati se fossi stato per caso udito parlar loro di Aung San Suu Kyi. Al giorno d’oggi la conversazione  pubblica è permessa ma restano ancora dei pericoli per giornalisti e attivisti.

Con l’abolizione della dittatura militare, le tensioni etniche e religiose in ebollizione sono sfruttate da monaci malaccorti, gruppi politici, e quel che resta della dittatura, a scopo di potere. Si dice che alcuni dei monaci peggiori siano uomini del Servizio Segreto che hanno preso l’abito monacale e stanno deliberatamente attizzando le paure per riportare la gente dalla parte dei militari e contro Aung San Suu Kyi. I monaci radicali giocano sulla memoria storica dell’espansione musulmana nell’Asia delle preesistenti culture buddiste. Racconti paurosi di musulmani violentatori di donne buddiste, aventi enormi famiglie e che sovrappopolano la terra sono largamente disseminate.

Sorprendentemente, esiste una diffusa ignoranza in Birmania di molti insegnamenti centrali per il buddismo. Gran parte della pratica buddhista in Birmania ha carattere devozionale. Le preghiere e le offerte esprimono un bello spirito di generosità e la credenza nell’ottenimento di meriti, nel karma e nella rinascita. I templi accuratamente decorati sono regolarmente inondati con una gioiosa compartecipazione  comunitaria, con canti e manifestazioni di sostegno per i monaci.

In questa cultura devozionale,  gli insegnamenti delle nobili verità e dell’ottuplice sentiero, della nonviolenza,  consapevolezza, e della virtù non sono enfatizzati. E il monito del Buddha a guardare e a occuparsi di se stessi è completamente perduto.  Il sistema educativo birmano non insegna al popolo a mettere in discussione l’autorità. Gli studenti di una scuola media, appassionati e dai visi radiosi mi hanno detto di aver sempre imparato a memoria e di non aver mai fatto una domanda in tutta la loro carriera scolastica. In aggiunta a questo, cinquant’anni di polizia segreta e di oppressione militare hanno lasciato molti birmani impauriti e facilmente tratti in inganno.

Per fortuna  ci sono anche abati, attivisti, e leaders musulmami che incarnano l’insegnamento del Buddha a “accordarsi con tutti gli esseri con illimitata amorevole gentilezza”. Sono stato ispirato dal coraggio di coloro che stanno cercando di disinnescare questa deplorevole situazione. Alcuni lavorano in pubblico, altri si impegnano dietro la scena, per educare i monaci e le comunità negli insegnamenti buddisti riguardanti rispetto, nonviolenza, e risoluzione  dei conflitti. Ma il linguaggio dell’odio ha creato una situazione pericolosa, e coloro che parlano apertamente in pubblico contro il pregiudizio sono presi di mira e molestati dagli squadristi anti-musulmani. Nonostante questo, leader come Zin Mar Aung che ha ottenuto l’International Woman Courage Award, e il Venerabile U Nayaka Sayadaw, abate di un monastero di Mandalay con settemila monaci, hanno tenuto alta la bandiera del dharma di rispetto per tutti.

Anche se la soluzione è nelle mani degli stessi birmani, ci sono molti gruppi all’esterno che cercano di incoraggiare la miglior tradizione buddista birmana di tolleranza, come Partners Asia, il Catholic Peacebuilding Network, Hope International, United to End Genocide, e il International Network of Engaged Buddhists. Sfortunatamente, Médecins Sans Frontières e le UN sono stati banditi da Rakhine perché il governo non vuole che resoconti onesti sulla situazione raggiungano il mondo esterno. Aung San Suu Kyi, che mantiene una visione di lungo termine dello sviluppo della Birmania, con immensa dignità, grazia, e coraggio, ha incoraggiato quanti di noi l’hanno incontrata ad ascoltare tutte le parti in conflitto. Sfortunatamente la costituzione imposta dai militari non è stata ancora cambiata sì da riconoscerle pieni diritti politici e lei è limitata nella sua abilità a misurarsi con la situazione.

Nei mesi passati ho organizzato un gruppo di interessati anziani buddisti, inclusi il Dalai Lama e Thich Nhat Hanh, per pubblicare una lettera occupante l’intera pagina di giornali birmani per incoraggiare i birmani ad alzarsi in piedi per la loro nobile tradizione di rispetto e nonviolenza.

-Jack Kornfield, da Shambala Sun


venerdì 8 agosto 2014

Lettera per John





A volte, nel mezzo delle ordinarie attività della vita quotidiana, ricordo il mio maestro di zen, John Garrie. E lo ricordo, più che per i discorsi, per quelle informali osservazioni e i richiami che stanno a indicarmi che in ogni momento ho qualche possibilità di riflessione e di scelta sul cammino. Se lasciarmi incantare, o angosciare, dal canto delle sirene oppure accogliere la realtà così com'è, anche l'ansia l'incertezza il disagio, accettare senza trattenere, e comprendere. Posso sempre in qualche misura cambiare l'energia mia e dell'ambiente in cui entro e posso prestare attenzione a questi cambiamenti.

Talvolta mi ritrovo al fianco John che mi dice: “I see you want to play it safe”. Oppure: “Now you become negative, again”.

Queste frasi mi toccano profondamente, mi riportano al clima di sollecitudine affettuosa e non giudicante di John, e nel raggio di un contatto che è stato e che è ancora vitale.

Il “vuoi andare sul sicuro”, come il “diventi di nuovo negativo”, mi mettono di fronte al fatto che la pratica di consapevolezza è un esercizio di attenzione e di benevolenza, diretta in primo luogo a noi stessi, riguardo all’uso che immaginiamo e che facciamo delle nostre energie e delle nostre possibilità.

Vedendo la nostra cocciuta propensione a ricadere nelle vecchie abitudini i maestri ci richiamano a non dare per scontato che le cose debbano andare sempre nello stesso modo, e a non guardarle come se non possano che prendere la stessa e ben nota piega.  

Ci risvegliano a non subire gli eventi, a non cadere in una improduttiva e autolesionistica reattività. A trovare il modo per essere presenti alla nostra vita accogliendola. A “non cercare la liberazione in quello che vedi ma in come lo guardi.” E a capire il valore liberatorio del momento in cui si può invertire una tendenza e un carattere.
 


John Garrie rievocava così il suo primo incontro con il maestro H.Saddhatissa: “irradiò buon umore e gentilezza a beneficio di tutti i presenti, a dimostrazione di quello che è l’aspetto principale dell’insegnamento buddhista, molto al di là di quanto possono dire le sole parole” e concludeva il ricordo con una espressione che so di poter riferire a lui stesso: “il Buddhadhamma vive nelle sue azioni, parole e atmosfera di amorevole gentilezza.”


 

venerdì 11 luglio 2014

Lettera riguardo a rabbia e paura della propria rabbia








 
Ultimamente la rabbia è l'oggetto principale della mia pratica. Mi trovo spesso a riflettere sulle condizioni e sulle situazioni che generano in me questo sentimento e cerco di stare attenta anche alle sensazioni che la rabbia mi suscita a livello fisico: aumento del battito cardiaco, il classico "sangue che sale alla testa", lo stomaco contratto e l'incapacità di stare ferma, una grande irrequietezza.
Intuitivamente comprendo la necessità di accogliere e accettare la rabbia e la sofferenza per potermene liberare, ma nei fatti non riesco ad attuare questo proposito, perchè ne ho paura.

E se accettando e accogliendo non riuscissi poi a "lasciar andare"?

E se finissi, con impotente e confusa consapevolezza, per crogiolarmi e riscaldarmi al fuoco della rabbia, che è comunque una fonte di energia, seppur negativa e distruttiva?

So di non poter avere la risposta a queste domande se non provando, praticando con pazienza e amorevole compassione, ma devo dire che sono ancora lontanissima dalla meta (o meglio dal mio nuovo inizio), almeno per quanto riguarda la rabbia generata da certe particolari situazioni personali. Lontanissima ma fiduciosa.

 

Quando c'è fiducia e sincerità potremmo essere meno lontani di quel che pensiamo.
La rabbia che non può essere lasciata andare è quella con cui ci identifichiamo, e fino a quando questa identificazione resta continuiamo a credere ciecamente nelle sensazioni di forza, di autorità, e di indignata rettitudine che la rabbia offre, magari ci piace incutere timore agli altri, ci piace avere il sopravvento, o esercitare un “giusto sdegno di alto profilo", mentre non ci piacciono calma, tranquillità, equanimità, le consideriamo cose da deboli, da sconfitti, da rassegnati, non le capiamo, e crediamo sia meglio starne alla larga.  

Un altro tipo di rabbia che non può essere lasciata andare è quella di cui non siamo consapevoli, quella che c’è, e che si radica e cresce in noi inosservata. Talvolta questo avviene quando ci siamo convinti o siamo stati convinti che non possiamo e non dobbiamo essere arrabbiati, che non abbiamo nulla di cui essere arrabbiati, e che dobbiamo ricacciare indietro anche il sospetto che sia così perché altrimenti correremmo il rischio di dar corpo e vita alle ombre. Sopprimere e nascondere.
Però quel che è ignorato, come ciò a cui siamo attaccati, resta lì dov’è, mentre il vedere la rabbia è il primo passo per liberarsene.

Come tu dici, certe volte sappiamo che c’è rabbia e proviamo paura della rabbia che cova in noi, il che può anche utilmente funzionare come misura di sicurezza, perché la rabbia può essere temibile e anche terribile.

Possiamo tuttavia provare a portare l’attenzione al sorgere della rabbia e al suo alternarsi o con-fondersi con la paura che la rabbia prenda possesso e ci domini: paura che protegge la rabbia che può essere eliminata solo avendone diretta e pratica consapevolezza.

Quello che dobbiamo fare è mantenere una vigile attenzione, nutrendola di fiducia. Quando percepiamo l’emozione, diamo un nome: rabbia o paura, che la rabbia ci possa piacere e dominare, e restiamo in contatto con l’emozione fino a quando questo stato cessa. E quando si ripresenta operiamo nello stesso modo. Talvolta tra la sensazione dell’emozione e l’attuale manifestarsi della rabbia passa solo una frazione di secondo, possiamo aiutarci comunque: sapendo che in certe situazioni familiari o sociali siamo inclini alla rabbia possiamo giocare d’anticipo. Inoltre talvolta l’esplosione di rabbia è preceduta da una sorta di ruminazione interiore che la prepara e che ci predispone, e anche ci avverte di quello che sta maturando. Sosteniamo allora l’attenzione inviando amorevole benevolenza a noi stessi: che io possa essere libero dalla paura della rabbia, che io possa essere paziente e calmo, che io possa lasciar andare questa paura della rabbia. Che io possa, alla luce della consapevolezza, vedere la rabbia e la paura della rabbia per quello che sono. Non potenze o divinità cui inchinarsi e sacrificare, bensì attaccamenti, abitudini, condizionamenti, delusioni e illusioni.
 
 
 
 

giovedì 1 maggio 2014

Lettere sul lavoro





Fratello mio caro,
è sempre in un intervallo di lavoro che ti scrivo, fatico come un vero ossesso, provo più che mai un furore sordo di lavoro, e credo che questo contribuirà a guarirmi. Forse mi succederà una cosa come quella di cui parla Delacroix: “Ho trovato la pittura quando non avevo più né denti né fiato”, nel senso che la mia triste malattia mi fa lavorare con un furore sordo, molto lentamente, ma dal mattino alla sera senza interruzione; ed è questo probabilmente il segreto: lavorare a lungo e lentamente. Che ne so, ma credo di avere in corso un paio di tele non troppo male, prima di tutto il falciatore tra le spighe gialle e il ritratto su fondo chiaro…
Lettera di Vincent van Gogh al fratello Thèo, scritta nel settembre 1889 da Saint-Remy


Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità […] per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso per metà la mia ragione…
Lettera di Vincent mai spedita al fratello Thèo, ritrovatagli in tasca dopo la morte il 29 luglio 1890 a Auvers

da una città, mensile di interviste, n.211, marzo 2014



domenica 6 aprile 2014

Lettera dall'oscurità





Oggi è una di quelle giornate disperate in cui la depressione mi fa vedere tutto nero. Mi toglie la forza di fare qualsiasi cosa, so che dovrei reagire, ma mi sento così schiacciata e oppressa e sola che riesco soltanto a vedere tutto nero e non ho neanche la forza di meditare.
Mi chiedo quanto può durare questo stato, che mi pare senza via di uscita, so che passerà, ma intanto mi spaventa. Mi chiedo allora cosa può veramente succedermi e di cosa ho paura, e se sono codarda io nel non volerne uscire fuori o se devo solo sopportare e avere fiducia che passerà.
Spesso però mi è successo che quando decido di prendere di petto le situazioni, di impasse, di nero totale, o di paura, riesco solo a peggiorare le cose.
Mi sento come se camminassi su un burrone e che posso precipitare da un momento all'altro.
Forse sarei più tranquilla a vederla diversamente, e cioè che nel burrone ci sono già, che non posso andare più giù ma posso solo aspettare, senza paura e con fiducia, che tornino le forze per la risalita.
Il punto è proprio lavorare per non lasciarmi travolgere dalla paura e dalla sfiducia. Ma non mi sento obbligata a  uscire di casa se non ne ho voglia o a fare qualcosa di concreto. Può essere utile, mi rendo conto, ma per ora non ne sono capace.
In periodi così mi identifico totalmente con quello che sento, ne sono consapevole ma non riesco a trovare la MIA via per lasciar andare un po' di più.
Davvero non c'è altro da fare che osservare questa identificazione totale e accettare la sofferenza che provoca? Cioè, può bastare?

"Veramente, non c'è altro da fare che accettare la sofferenza?"
Finché aggredisco il buio e l'oscurità con il desiderio che finiscano portandosi via sofferenza, isolamento, depressione, le mie energie sono bloccate da questo sforzo e l'universo mi si chiude addosso. Invece, l'accettazione del buio, dell'oscurità, del nero, senza riserve, senza se e senza ma, il dire sì, l’accettare di toccare il fondo, stiamo quanto più rilassati possiamo nella condizione  in cui siamo, respiriamo essendo presenti, questa accettazione aperta dischiude uno spiraglio alla luce e all'inaspettato che alberga in noi stessi e che aspetta questa apertura per manifestarsi.
Non so se questo può "bastare", come dici tu.
Ma, bastare a che cosa?

"Essere quanto più rilassati nella condizione in cui siamo" è una frase che sento vera e buona per me, perchè mi calma subito,  perchè non ha pretese e perchè mi dice che va bene anche così.
Sento che devo praticare su questo e con questo.  

In una poesia di David Whyte (che ho letto citata da Frank Ostaseski) si dice:

"La notte ti darà un orizzonte
più lontano di quanto tu non riesca a vedere.
Qualche volta ci vogliono l'oscurità e
la dolce prigionia della tua
solitudine per imparare
che qualunque cosa o chiunque
non ti renda vivo
è troppo piccolo per te."




mercoledì 8 gennaio 2014

Lettera da Star Trek





La pratica dell’attenzione e della consapevolezza ci permettono di vedere come ci sia facile e ci venga “naturale” conservare e rafforzare il nostro ruolo nel mondo o continuare in atteggiamenti e comportamenti consueti -ancorchè causa di conflitto interno ed esterno- giudicando gli altri, dai più vicini agli sconosciuti, e intervenendo su di loro e sulle situazioni perchè si adeguino alle nostre preferenze e ai nostri standard.

Il maestro di meditazione John Garrie, diceva che “Non farsi i fatti propri” (“ Not Minding One’s Own Business”), “dalle più grossolane e ovvie forme alle sfumature più raffinate dell’attività mentale è, molto semplicemente, interferire.

“Che cosa è non farsi i fatti propri in un contesto personale?”-si chiedeva John. “E’ non essere nel momento”, “non essere qui e ora”, e lasciarsi sopraffare e mandare fuori centro da qualcosa che è totalmente superato e obsoleto chiamando a sé e riportando in vita condizionamenti passati. 
“E’ sempre più facile occuparsi dei fatti altrui piuttosto che dei propri -è meno doloroso!” -ricordava John e esortava a chiedersi: “E’ un affare tuo quel qualcosa là fuori di cui a causa della tua natura, formazione o esperienza, senti di doverti occupare per giustificare te stesso? Oppure lo è il guardare a te stesso e il prenderti cura di te stesso?”
 

Cap. James T.Kirk e Spock
 

In Star Trek, la Prima Direttiva, cardine della filosofia della Flotta Stellare nel contattare altre culture, rappresenta, secondo John, in un contesto interpersonale e sociale, un'adeguata esemplificazione del “farsi i fatti propri”.
Tale Direttiva dice molto semplicemente che “non si deve  interferire nelle culture altrui, non si deve tentare di “salvare” chi che sia, non si deve cercare di spingere un pochino gli altri lungo la strada, perché non è il loro tempo”.
Infatti: “Bisogna imparare che c’è un tempo perché le cose accadano”.

Quando contravveniamo alla indicazione della non interferenza si crea nel nostro organismo una dinamica di promozione e di impazienza, una compulsione a separarci dal qui e ora, a dover essere e dover fare, e si produce in noi una chimica dal sapore sforzato e non scorrevole, che è propria dell’interferire. Interferire ha un gusto molto diverso e distante dalla cura di sé, che viceversa si riconosce dal rilassamento, dalla riflessione e dal radicamento qui e ora. 

Il sapore della compulsione a intervenire e a interferire, che crea sofferenza, non è altro che attaccamento ad aspettative e a prospettive che le cose vadano e debbano andare secondo i miei desideri. Il sapore della cura riflette invece tutte le sfaccettature della presenza in una data situazione o relazione, il conoscerla ascoltandola attentamente e il capirla dall'interno, non come qualcosa da sottomettere o ribaltare al fine di ritrovare il già conosciuto.

Ricordiamoci allora la voce del capitano James T.Kirk che in apertura di ogni episodio della serie classica di Star Trek accompagna fiduciosa e incoraggiante l’Enterprise: alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà…”




venerdì 29 novembre 2013

Lettera dalla generosità


 

Il rimedio alla solitudine e alla mestizia, il farmaco creato in proprio che cura e guarisce, il ritrovato alchemico che non presenta controindicazioni, ha due componenti. Il primo è la generosità, il secondo è il coraggio - poiché del resto la generosità è una forma di coraggio, di apertura ‘nonostante’ tutto, di disponibilità non necessariamente e non subito contraccambiata, di fiducia verso un frutto che non è ancora maturo nè conosciuto, possiamo dire che la generosità già contiene in sé una buona dose di coraggio.

Offrire quello che si ha, quello che si può, quello che si è esperienziato direttamente, essere generosi di attenzione, di ascolto, di presenza, di tempo, di sostegno, di contentezza, di buonumore, di collaborazione è essere in relazione. Ecco perché la prima forma di generosità è la benevolenza amorevole per gli altri e per se stessi, non infierendo su di sé con i sensi colpa e i rimpianti, che ci amareggiano e ci isolano e dividono dagli altri.

Se riflettiamo sui nostri stessi timidi passi e stentate esperienze nell’ ‘altro’ mondo della generosità, capiamo come questa pratica rappresenti una conversione rispetto a condizionamenti e comportamenti che fin da piccoli abbiamo considerato, e tuttora consideriamo, ‘naturali’ e che sono una delle cause determinanti del nostro isolamento: la tendenza a vedere tutto attraverso il prisma del proprio ‘io’, per cui ‘naturalmente’ ci aspettiamo che il ‘mio’ sia il centro del mondo, e che anche persone depresse, affaticate, afflitte o malate si mettano al servizio nostro, delle nostre aspettative e comodità, dai genitori ai parenti, figli, amici, maestri, studenti, conoscenti…

La generosità ha la precedenza assoluta su altre medicine e palliativi, quali l’analisi riguardo alle origini della solitudine che soffriamo, il cercare di svagarsi per non pensarci troppo o anche la ricerca di compagnia -infatti la ricerca di compagnia che non si accompagna alla generosità e al discernimento non può che essere ‘a termine’, e il conforto che arreca è dipendente dalla presenza fisica di “altri”.

La generosità, anche se inizialmente faticosa, ha un dinamismo che dà sollievo e incoraggia nel cammino. Inoltre aiuta a non impantanarsi in quelle ricerche meramente intellettuali o concettuali che declinano spesso in circolo vizioso e senza buonuscita.
 


 
 

venerdì 22 novembre 2013

Lettera della solitudine (o dell'accordatore di pianoforti)





Mentre parlavo con una mia amica della solitudine mi sono chiesta chissà se anche dopo molti anni di pratica capita di sentirsi soli? Sai questa cosa del sentirsi a casa quando ci si siede in meditazione mi fa pensare al fatto che a volte nonostante tutto mi capita di sentirmi sola e non dipende né da quanta gente c'è intorno a me né da quanti amici abbia né da quanto possa compensarmi l'amore dei miei cari. E’ una sensazione ancestrale di solitudine e mi chiedo, perché la si prova? E’ un senso di incolmabile vuoto interiore che sento a volte anche sedendo in meditazione che però non ha modo di essere o meglio: se mi sento a casa quando medito o quando respiro profondamente in silenzio perché mi accade questo sentire interiore? Ti capita mai o ti è capitato? 

 


Talvolta possiamo avere aspettative e ideali di pienezza che non reggono alla prova della vita quotidiana che non manca di ostacoli, dissesti, incertezze.

Col passare degli anni, per parte mia, sono venuto via via apprezzando le avversità, gli scombinamenti, le buche nella strada, ho scoperto che hanno l’effetto di rendermi sobrio, di irrobustirmi, di farmi guardare per terra,  dove metto i piedi, di calmare i picchi di euforia e moderare gli idealismi, e anche di rendermi più disponibile agli altri ed equanime verso quello che viene. Mi consentono di nutrire meno illusioni e di essere più accogliente verso la vita così com’è. Mi sono reso conto che la vita umana è così, ci sono dei momenti in cui ci sentiamo soli, ciascuno di noi ha questa esperienza, ed è così.

Non credo alla possibilità che l'esperienza dell’uomo possa essere priva di momenti di solitudine, di smagliature, di disorientamento. In me sono venute meno certe riserve e pretese nei confronti della vita e nei confronti degli altri.

Nello stesso tempo quando sono tutt’uno con quello che faccio, quando l’attenzione non si distacca dall’azione, qualunque essa sia, allora non mi sento solo. Se sono attento, consapevole, nell’organismo corpo-mente, quando sono presente, sia nella meditazione seduta sia nella varie occasioni della vita quotidiana, non mi sento attaccato dalla solitudine, so di essere solo ma non mi sento isolato, abbandonato o reietto. Mi pare allora che, con tutte le sue solitudini e le sue sofferenze, la vita umana possa essere una buona vita e che offra tante occasioni per renderla apprezzabile.

Ma non so se parliamo delle stesse cose. Può darsi che abbiamo bisogno reciprocamente di capire meglio quello che intendiamo.

Qualche giorno addietro ho fatto una passeggiata con Dave Thomas, un amico, accordatore di pianoforti, che è venuto a trovarmi da Exeter, nel Devon, Sud-Ovest dell’Inghilterra, ci siamo conosciuti più di venti anni fa, frequentando John Garrie che è stato maestro di entrambi, gli ho citato la tua lettera e mi ha detto due cose.

La prima è che anche lui, come tutti, si sente solo talvolta, e che invecchiando siamo più esposti alla solitudine.

La seconda è che lui distinguerebbe tra "aloness", l'essere soli, termine che può esprimere anche una maturazione personale, cioè il riconoscere e il poter tollerare che si è di fatto soli in certi momenti e situazioni, da "loneliness", il sentirsi soli, il sentirsi isolati, o addirittura abbandonati.

Ma, al di là dei concetti che hanno una funzione indicativa, per quanto mi riguarda trovo che la pratica dell’attenzione mi ha aiutato a distinguere tra la realtà e gli echi (riverberi, ventate, e contagi di solitudine) e anche a tollerare e apprezzare quell'essere soli che è una dimensione fisiologica e formativa della vita umana. E, in un certo senso, a praticare come... un accordatore di pianoforte, che accorda i pianoforti in rapporto al loro stato attuale di conservazione e d'uso, e operando al meglio con i mezzi abili che conosce e di cui dispone.
 
 
 
 

sabato 9 novembre 2013

Lettera scritta da un "tambankan"



 
I saggi incoraggiano a non guardare la realtà da un solo punto di vista esclusivo, quale che sia, il padre, il figlio, il maestro, lo studente, il padrone, il lavoratore dipendente, il giustiziere, la vittima, il cristiano, il buddista, il ribelle, il sottomesso, il prodigo, il tirchio, il consumista, l'asceta e così via.
Ma anche quando pensiamo d'essere d'accordo sul diritto all'esistenza di altri punti di vista, spesso il nostro accordo è meramente intellettuale, o strumentale.
Quello che ci manca è proprio l'esperienza sentita dell'accettare il punto di vista altrui, specie nella vita quotidiana in materie che coinvolgono le nostre strategie di comportamento, la generosità, il controllo, la sicurezza, la continuità...
Non si tratta di abiurare o di buttare a mare il nostro punto di vista ma di allentare la presa esclusiva e totalizzante che ha su di noi e sul nostro sguardo.
Soltanto così potremo capire le condizioni particolari che ci hanno portato a far nostro quel punto di vista, o per meglio dire: a farci suo, a subirne il condizionamento, e potremo anche capire dall'interno le nostre inclinazioni e vulnerabilità.
In Cetriolo storto, David Chadwick ricorda che Shunryu Suzuki usava dire: "Dovremmo capire le cose non da un punto di vista soltanto. Chiamiamo  qualcuno che capisce le cose esclusivamente da un lato tambankan. Questa parola letteralmente significa "un uomo che porta una grande tavola sulla sua spalla". Poichè trasporta una grande tavola, non può vedere l'altro lato."
Ricordando questo insegnamento mettendo giù la  "grande tavola" espiro e mi sento più leggero. Espirare ha una sua importanza perchè rende fisica la percezione del cambiamento.




 




 

venerdì 26 luglio 2013

Lettera di Shundo Aoyama





Lettera di Shundo Aoyama


 

a  Rika


Quando le mani ti cadono

a terra per il peso di quello

che vedi o senti

e in special modo di quanto

hai fatto o non hai fatto

tu stesso e ritorni a unirle

l’una all’altra

 

Quando accogli senza astio

o recriminazioni il movimento

e ritorni senza riserve

alla lingua del presente

 

Proprio allora stai coltivando

un nuovo momento di bellezza
 
 
da TIENI APERTO, di Michele Colafato, Il Labirinto 2012










sabato 29 giugno 2013

Lettera prioritaria




 

Talvolta incontriamo una di quelle persone che per un motivo o l’altro hanno l’acqua alla gola.

Di solito, implicitamente o intenzionalmente, la nostra vita e i nostri percorsi sono organizzati in modo da restare alla larga da queste persone, ma non sempre ci riusciamo.

Il nostro stesso lavoro, o la nostra condizione sociale “rispettabile”, ci tengono lontani dalle loro traiettorie, però possano portare loro da noi.

Ugualmente la nostra inclinazione a “giocare sul sicuro”.

L’ideologia o la morale che professiamo e che avvolge la nostra mente come un velo ci impedisce programmaticamente di riconoscerli.

Preferiamo chiuderci dentro una identità auto centrata, il “mio sogno”, con la sua agenda fissa, che mi protegge dagli inconvenienti e dalle "improvvisate".

Comunque sia, qualche volta ce li ritroviamo davanti.

Quando questo capita vuol dire che ci serve uno scossone, che dobbiamo svegliarci.

Usualmente vediamo sempre e soltanto una parte e crediamo sia il tutto. Crediamo ciecamente che il mondo che ci siamo costruiti intorno sia la realtà. Vedere le cose che ignoriamo dischiude o spalanca il nostro orizzonte. Ma se vogliamo aprirci davvero a quello che di solito non vediamo o evitiamo, abbiamo bisogno di coraggio e di vivere ogni momento come un momento nuovo.

Secondo Shunryu Suzuki: “Momento dopo momento dobbiamo rinnovare la nostra vita, non dovremmo restare attaccati alle vecchie idee di cos’è la vita o di quello che è la nostra concezione della vita. Se restiamo sempre attaccati a vecchie idee e ripetiamo sempre la stessa cosa, allora siamo prigionieri nel nostro vecchio modo di vita.”
 
Inconvenienti e inciampi vengono a ricordarcelo.






martedì 18 giugno 2013

Lettera del giornaliero





 

Ti ricorderai, quando eravamo ragazzi, i giornalieri, i lavoratori a giornata, braccianti e manovali, si alzavano all’alba e dovevano “guadagnarsi la giornata”,  la sera andavano a letto e il giorno dopo era un altro giorno che doveva essere guadagnato. La loro ci sembrava una condizione “naturale”, e circoscritta, oltre la quale c’eravamo noi e quanti altri godevano di una condizione migliore, e quelli che la cercavano, se potevano, con lo studio  o con l’emigrazione in Germania.
Poi, si è affermata l’illusione che i giornalieri fossero una categoria residuale, e invece dopo qualche tempo con nomi diversi sono diventati tantissimi e la loro condizione  è oggi sinonimo di precarietà e incertezza.
Io ho un buon lavoro, da questo punto di vista mi ritengo fortunato, eppure a differenza di quando eravamo ragazzi, adesso vedo che tutti siamo giornalieri e dobbiamo “guadagnarci la giornata”. Quand’ero giovane, immerso nel mio sogno autocentrato di stabilità e di privilegio, non tolleravo di essere contraddetto da uomini e circostanze, e se lo ero mettevo il broncio, o mi offendevo, ne facevo una questione di dignità personale, di conseguenza soffrivo e mi abituavo male. Era un mio problema ma non l’accettavo. Oggi trovo che essere contraddetto, ripreso, corretto, infastidito da contrattempi e incomprensioni è una occasione magnifica per lasciar andare catene grucce e ingessature e stare nella transitorietà del tempo. Anche se lì per lì non mi mostro entusiasta, quando porto pazienza scopro dentro il mio problema qualcosa di insostituibile e di prezioso fatto a misura per me. Qualcosa come un supplemento di spazio e di spaziosità, e anche una vicinanza agli altri.