Visualizzazione post con etichetta Paura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paura. Mostra tutti i post

giovedì 28 giugno 2018

Non ti arrendere









Non ti arrendere, ancora sei in tempo
per arrivare e cominciare di nuovo,
accettare le tue ombre
seppellire le tue paure
liberare il buon senso,
riprendere il volo.

Non ti arrendere perché la vita è così
Continuare il viaggio
Perseguire i sogni
Sciogliere il tempo
togliere le macerie
e scoperchiare il cielo.

Non ti arrendere, per favore non cedere
malgrado il freddo bruci
malgrado la paura morda
malgrado il sole si nasconda
E taccia il vento
Ancora c’è fuoco nella tua anima
Ancora c’è vita nei tuoi sogni.

Perché la vita è tua
e tuo anche il desiderio
Perché lo hai voluto e perché ti amo
Perché esiste il vino e l’amore,
è vero.
Perché non vi sono ferite che non curi il tempo

Aprire le porte
Togliere i catenacci
Abbandonare le muraglie
Che ti protessero
Vivere la vita e accettare la sfida
Recuperare un sorriso
Provare un canto
Abbassare la guardia e stendere le mani
aprire le ali
e tentare di nuovo
Celebrare la vita e riprendere i cieli.

Non ti arrendere, per favore non cedere
malgrado il freddo bruci
malgrado la paura morda
malgrado il sole tramonti e taccia il vento,
ancora c’è fuoco nella tua anima,
ancora c’è vita nei tuoi sogni,
perché ogni giorno è un nuovo inizio
perché questa è l’ora e il miglior momento
perché non sei sola, perchè io ti amo.









sabato 12 maggio 2018

Libertà di commettere errori





Gandhi disse: “Non vale la pena di avere la libertà se non include la libertà di commettere errori.” Non aver paura di commettere errori. Vai fuori. Prendi il volo. Anche se ti bruci, puoi cadere a terra e iniziare di nuovo. Il maestro Zen Dogen ridendo chiamò la vita “un errore continuo”. Sì, c’è la paura di apparire malconci, ma più tardi quando rivedrai la tua vita, vorresti esserti trattenuto? Probabilmente no.
Talvolta, limitiamo la nostra libertà perché pensiamo che ci travolgerà. O pensiamo di non meritarla. Oppure temiamo che il nostro ego ci porterà fuori strada... Vincoliamo noi stessi dall’essere “troppo liberi.”
Tutti incespicano. Nel ritmo ordinario di vita, vacilliamo e poi impariamo dalle nostre sofferenze. Talvolta ci preoccupiamo per la nostra tendenza ad andare oltre, a sognare piani inebrianti per noi stessi, visioni gonfiate del futuro. Altre volte ci sentiamo inadeguati o indegni. Riconosci queste paure con gentilezza. Ma non seguirne il consiglio. (...) Ascolta il tuo cuore, e consulta il tuo corpo e la tua testa. Poi, agisci, sperimenta, fai un passo, impara, scopri, cresci. Scopri la facilità del fare errori, fidarsi, fallire, lasciarti portar via da qualcosa più grande di te. (…)
In questo modo impari quella che è chiamata la libertà di imperfezione. Con questa libertà viene gioia, giocosità, perdono e compassione per te stesso e per gli altri. Puoi gioire anche degli errori; sono parte del gioco. Tutto quello che puoi fare è agire con le migliori intenzioni, riconoscendo che non puoi controllare i risultati. “Non sapere,” una famosa pratica Zen, esprime la verità della nostra incarnazione umana. Poi, agendo liberamente, cedi il controllo sul risultato e volentieri lancia il tuo spirito unico nel mistero.
da Freedom to Make Mistakes di Jack Kornfield












venerdì 23 febbraio 2018

Non avere paura







Diceva Rabbì Nachman di Brezlaw (1772-1810): “Tutto il mondo è un ponte stretto e la cosa più importante è non aver paura, non aver affatto paura”.












domenica 23 aprile 2017

Il vento allena i gerani a radicarsi






La paura di non essere, di scomparire tra i gorghi del nulla, o di non essere all’altezza, a causa della quale finiamo dominati dall’illusionismo dell’apparire, della visibilità, dell’esibire (presenza, posizione, status, autorità...) e dell’esibirsi, ci porta a dimenticare, e separarci da, una condizione pura e non inquinata di rilassamento, di libertà e di fiducia nel vivere un momento dopo l’altro.
Occorre affidarsi al momento, accettarne la transitorietà, e accogliere la propria vulnerabilità.


Dinamismo dell’amore. Nel momento in cui cominciamo ad amare quello che non capivamo, e non volevamo capire, e lasciamo andare i giudizi e le condanne, l’amore si espande in gioia di vivere.


Tornare indietro è difficile; è più facile, e comodo, anche se pericoloso, proseguire per la stessa strada e ripetersi. Inizi a mangiare o a indulgere nei piacere dei sensi e continui a farlo all’eccesso. Ti convinci che è necessario smettere con gli eccessi e finisci per eccedere nelle mortificazioni. Ti rendi conto che la transitorietà e l’impermanenza sono caratteristiche dell’esistenza umana e finisci per disprezzare la vita e non vedi più le possibilità di valorizzarla e darle un significato.
Nella storia di Siddharta c’è un momento più importante di ogni altro -del lasciare il palazzo paterno, del lasciare la casta di appartenenza, del lasciare gli averi e gli affetti- ed è quello in cui lascia la via della mortificazione a oltranza e abbraccia la via di mezzo quando interrompe il digiuno e gli stenti che lo uniscono agli asceti itineranti e accetta la tazza di riso che gli viene offerta da una donna. In quel momento viene riconosciuta la possibilità e la salutarietà del contraddirsi, del fare un'inversione e di prendere una via che non sia basata sull’accumulazione e sulla ripetizione, ma valorizzi il fluire, il cambiamento e la presenza consapevole momento per momento come premessa per scelte di liberazione e per la gioia di vivere.







sabato 4 febbraio 2017

La casa spaziosa








La casa è la vita. Vivere nella paura è vivere nella stanza più misera della casa. Afflitti da preoccupazioni, chiusi dentro ristretti orizzonti mentali, dimentichi che la spaziosità interiore è vitale.

Forse, nonostante la miseria e l’angustia, siamo portati a radicarci nella paura e nelle preoccupazioni quando siamo restii e ci opponiamo al fluire della vita. Il cambiamento che investe non solo le nostre opinioni ma la nostra identità e la totalità del nostro essere porta sofferenza. E le resistenze sono ostinate perchè la metamorfosi a cui siamo chiamati è anche intellettuale, ma è essenzialmente pratica, è spirituale.
In questo passaggio, necessario e contrastato, lento e vischioso, in cui l’illusione di poter restare aggrappati alla vita passata mette a rischio la vita stessa, quello che raccomandiamo all’amico –di andare avanti, con la mente e con il cuore- dovremmo iniziare a farlo in prima persona.

Dice il poeta persiano Hafez di Shiraz: “La paura è la più misera stanza nella casa. Preferirei vederti in condizioni di vita migliori.” 










sabato 26 novembre 2016

Nel luogo della difficoltà





Talvolta ci sediamo in zazen e ci aspettiamo qualcosa di speciale, sensazioni elevate, pace, estasi –abbiamo in mente un’agenda piena di obiettivi e di traguardi e li portiamo con noi sul cuscino. Persuasi di avere diritto a sempre nuovi piaceri e gratificazioni, tutto ciò che non rientra nella cornice del compiacimento crea torpore o scontento e un automatico ritrarsi seguito da giudizio negativo. Ecco perché molti abbandonano. Ma non è così male né insensato praticare con la scomodità, accogliere lo spiacevole, stare nel luogo della difficoltà. Aprirsi alla paura e all’incertezza. Anzi, può essere proprio quel di cui abbiamo bisogno e da cui proteggiamo quell’immagine di noi stessi e del mondo che preclude il risveglio alla realtà così com’è.  








sabato 24 settembre 2016

Einstein e la consapevolezza





In una riflessione sul razzismo nella società degli Stati Uniti d'America la cui adeguatezza nel nostro tempo non necessita di essere richiamata, Albert Einstein ricorda che gli antichi greci avevano schiavi che non erano neri ma bianchi fatti prigionieri in guerra, di conseguenza non si poteva parlare di differenze razziali. Eppure Aristotele li giudicava esseri inferiori che erano stati giustamente sottomessi e privati della loro libertà. 

«E' chiaro -dice Einstein- che Aristotele era invischiato in un pregiudizio tradizionale, dal quale, nonostante il suo straordinario intelletto, non poteva liberarsi».

L'intelligenza non ci mette al riparo dal pregiudizio e dall'avversione, siamo immersi nella tradizione, siamo risucchiati dal passato e i modi di pensare propri del "già conosciuto", come dice Krishnamurti, affermando le loro convenienze, inerzie e paure possono danneggiare "il nostro destino e la nostra dignità".

Infatti più che l'intelligenza e le conoscenze tradizionali, le parole di Einstein richiamano l'importanza della consapevolezza, della sua assenza e della sua presenza, rispetto al "renderci quel che siamo".

«Gran parte del nostro atteggiamento verso le cose è condizionata da opinioni ed emozioni che abbiamo assorbito inconsapevolmente da bambini dall’ambiente esterno. In altre parole, è la tradizione – oltre ad attitudini e qualità innate – che ci rende quel che siamo.
Riflettiamo raramente su quanto l’influenza del pensiero consapevole sul nostro comportamento e sulle nostre convinzioni sia piuttosto debole rispetto al peso potente della tradizione».

Albert Einstein, The Negro Question, 1946








domenica 10 luglio 2016

Vivere il presente. A colloquio con mio figlio







Quando mio figlio, adolescente e desideroso di fare le sue esperienze in prima persona e mettersi alla prova, me ne racconta qualcuna, mi rendo conto che il primo ostacolo alla comunicazione è per me il non essere presente, qui e ora, nell’ascolto e nella partecipazione ma essere d’istinto trasportato nel futuro.
Lo ascolto e debbo stare attento a non precorrere il racconto e l’esperienza, trascinato come sono in avanti e indietro dall’ansia che essa possa rappresentare un pericolo per la sua vita e la sua sicurezza.
Quando ascolto mio figlio devo innanzitutto vivere il presente, con calma e con pazienza.
Migliaia di cose che permettono di infervorarsi non sono scontate o garantite e non lo saranno mai per quanta enfasi e pathos io possa mettere nelle mie spiegazioni e perorazioni. Non saranno esse a darmi il controllo del futuro e la sicurezza che tutto andrà nella maniera più soddisfacente e priva di sofferenza.
Devo fare spazio nel momento così com’è usando tranquillità e tenerezza, ed essere incoraggiante, invece di minaccioso e terrorizzato.

Avendo visto che nella mia mente c’è paura e ansia, imparo a lasciarle andare e a non identificarmi con modelli non salutari e così scopro, come insegna Jack Kornfield, un livello più profondo di liberazione.





domenica 6 marzo 2016

Risvegliarsi...





Risvegliarsi alla realtà dell’attaccamento, ed esplorarne la profondità, caparbietà, vischiosità -così evidente nelle vicende familiari e in quelle professionali, dove l’aprirsi al cambiamento e lasciar andare dipende da te, e ti puoi sempre aspettare da te stesso una giravolta che ti riporta al punto di prima. Così che preferiresti talvolta essere obbligato, non avere scelta, e che sia qualcuno o qualcosa che ti metta di fronte al “non ce n’è più”, “è così”, “è finita”... 
Eppure il risvegliarsi è nel segno della positività, puoi vedere le cose come sono, puoi vivere e testimoniare i testacoda dei pensieri, gli alti e bassi, gli attacchi di ansia, l’avanti e indietro, scoprirti attaccato al consueto e nello stesso tempo desideroso di libertà, di fuoriuscita dall’abitudinario, curioso di saggiare più a fondo te stesso...

Risvegliarsi alla spinta del voler conoscere in anticipo il futuro e di programmarlo, del sentire l’incertezza come stress, del rifiuto di onde e di scossoni...
E, anche, lo scoprire pur tra la fatica e i dubbi che la via dell’esplorazione è una via di attenzione e di presenza alla vita -“io ci sono”, non sono uniformato e silenziato, posso provare a vedere e a conoscere direttamente...


Vivere il tempo del cambiamento non come deriva, nel segno della paura del peggio, ma come tempo di apertura, di esplorazione, di osservazione, di approfondimento e di maturazione grazie alla stabilità offerta dalla pratica dell’attenzione, della consapevolezza e della fiducia.




domenica 6 dicembre 2015

Quando la preoccupazione per se stessi si acquieta





“L’emergere e lo sbocciare di comprensione, amore e intelligenza non ha niente a che fare con qualsivoglia tradizione esterna,” osserva la maestra zen Toni Packer. “Avviene completamente per forza propria nel momento in cui un essere umano interroga, si stupisce, ascolta senza restare bloccato nella paura. Quando la preoccupazione per se stessi si acquieta, è assente, allora cielo e terra sono aperti.”







domenica 15 novembre 2015

Parigi 13/11/2015







Se consentiremo con onestà e con coraggio allo tsunami di sofferenza, di tristezza, di cambiamenti traumatici, di contattarci, con la sua richiesta di ascolto e di attenzione, invece di piegarne il senso dentro i consueti riservati dominii fatti di solitarie paure, preoccupazioni e compensazioni, o di immaginarie vie di fuga, allora, molto spesso da un luogo di silenzio e di calma, nascerà l’indicazione di quel pensiero, parola, azione, di quel gesto, nella sua riconoscibile qualità alla nostra portata, che sarà certamente percepito e accolto come benefico, utile e portatore di pace da noi stessi e possibilmente da altri.



venerdì 4 settembre 2015

All'aperto







Una poesia di Tomas Tranströmer (Stoccolma, 15 aprile 1931- 20 marzo 2015) ricorda l’atmosfera della pratica meditativa. Il silenzio, il bosco delle sensazioni, il risvegliarsi dell’attenzione, la disponibilità o indisponibilità a riconoscere la realtà della nostra esperienza, la scoperta di appena accennati rumori, gli indizi di una realtà misteriosa e più vasta del piccolo io rispetto alla quale possiamo chiuderci nelle strette della paura e nell’ansia oppure aprirci all’ascolto, considerando ogni momento nuovo e inedito.

 

All’aperto

Entra! In questa stagione il bosco

è silenziosi locali abbandonati.

Solo rumore di battiti come se qualcuno

spostasse piano i rami con una pinzetta.

O un cardine che cigola

in un grosso tronco.

dalla raccolta Poesia dal silenzio, Crocetti editore, trad. di Maria Cristina Lombardi









mercoledì 8 luglio 2015

Raddrizzare la schiena








Quali che siano le occasioni, da un rifiuto che ferisce la nostra auto-stima a una malattia che ci fa sentire più fragili, possiamo scivolare in una “posizione di ripiego” segnata da passività, pigrizia, sedentarietà, assuefazioni, dipendenze, per non dire delle delusioni preventive, accompagnate dall’eterno ritornello del “non ne vale la pena...”

Non deve stupirci che allora paure, supposizioni da “scenario peggiore” e preoccupazioni croniche divengano presenze fisse del nostro orizzonte mentale.

Probabilmente legittimano la posizione di ripiego,  e sono parte integrante del modello che ne emerge.

Quando abbiamo questo "insight" non ci resta che espirare e raddrizzare la schiena.
 
 
 
 
 

venerdì 15 maggio 2015

E' così facile



 
E’ così facile venire risucchiati dentro stati mentali negativi e intossicanti -la preoccupazione cronica, la paura, il risentimento...- e avvitarsi nella logorante catena di conflitti e insoddisfazione che li accompagnano, che non si cesserebbe mai di lodare i giorni, le ore e i minuti messi da parte e dedicati al silenzio e alla coltivazione mentale che ci portano attenzione, tranquillità, fiducia, coraggio, buone energie, conoscenza.
 
 
 
 
 

venerdì 3 ottobre 2014

Una lettera di Jack Kornfield dalla Birmania




Nessuno dovrebbe nella rabbia o nell’odio
desiderare di far male ad altri
Il Buddha, nel Metta Sutta

 

In superficie, la Birmania dell’entroterra non è molto cambiata dal 1971, quando vi ricevevo la mia formazione da monaco nei monasteri di Mahasi e Sunlun Sayadaw. Il paesaggio verde e polveroso è punteggiato da templi e pagode dorate. Ci sono poveri contadini e piccole cittadine dai mercati colorati. Il popolo birmano resta straordinariamente gentile e di buon cuore, la nazione un centro venerato di insegnamenti buddhisti.

Ma adesso c’è anche paura, una corrente sottostante di tensione che si diffonde attraverso il paese. Ho fatto di recente ritorno dalla Birmania dove ho lavorato con attivisti per la pace e per Partners Asia, a sostegno di scuole, rifugi per orfani e donne maltrattate, programmi per HIV, ambulatori di campagna, e altri meravigliosi progetti. Ho trovato tra cambiamenti positivi e lenti movimenti verso la democrazia, crescente intolleranza e conflitto religioso ed etnico.

Le notizie dicono di monaci che attraversano la Birmania e usano gli insegnamenti buddhisti per incoraggiare la violenza e l’approvazione di leggi inumane. Qui in Occidente molte persone sono scioccate. Non è il buddhismo la religione che predica contro la violenza e le uccisioni? Sono vere queste storie? Come dobbiamo comprenderle?

Le storie sono vere. Viaggiando attraverso la Birmania di recente, ho incontrato alcuni di questi monaci che fomentano odio e fervore sciovinista. Non vogliono sentir parlar di pace e hanno avuto successo nel seminare diffidenza in lungo e in largo in buona parte del paese. Sotto la loro influenza, tassisti e negozianti da Rangoon a centri urbani remoti parlano della loro paura di una presa del potere dei musulmani e dell’ “insegnamento di Buddha” per cui talvolta la violenza è necessaria per proteggere la nazione. Tale pericolosa situazione richiede qualche spiegazione.

La più grande fonte di conflitto è la situazione incerta dei musulmani Rohingya nell’estremo occidente della Birmania. Rakhine è una bella terra al confine con il Bangladesh che è stata per secoli un regno marinaro. Ma da quando i re della Birmania centrale conquistarono Rakhine, il popolo è stato maltrattato. E nel corso dell’ultimo secolo, un milione di musulmani Rohingya, alla ricerca di nuove  opportunità o in fuga dalla povertà e dai maltrattamenti nell’odierno Bangladesh, si sono stabiliti in Rakhine. Oggi, il sovrappopolato Bangladesh non vuole riaccoglierli lasciandoli ritornare indietro e i nativi Rakhine, già poveri e angariati dal governo centrale, temono di perdere terra e mezzi di sostentamento in favore degli immigrati musulmani, anche se molti Rohingya  hanno vissuto in quella terra pacificamente per decenni.

L’attuale pressione economica ha reso la situazione pronta per la paura, la violenza, e la strumentalizzazione politica. Case e attività di musulmani sono state date alle fiamme e 100 mila musulmani Rohingya, molti bambini e donne tra di loro, sono stati forzatamente rinchiusi dentro campi per rifugiati. Quando ho parlato con Rohingya  provenienti da Rakhine, i loro occhi si ingrandivano per lo sgomento, ed era palpabile l’impotenza e la paura di aggressioni da parte della maggioranza buddista. Recentemente, il rullante richiamo di tamburi alla violenza contro i musulmani e altre minoranze si è diffuso in altre parti del paese, spesso con la tacita approvazione della polizia locale e dell’esercito.

Sono testimone in prima persona del propagarsi della violenza nella città di Lashio nello stato settentrionale di Shan, dove nell’anno passato una moschea, attività economiche, e un orfanotrofio musulmano sono stati dati al fuoco, non lontano dalla più venerata pagoda della città. I buddisti del luogo con cui ho parlato erano amichevoli ma anche preoccupati, e dalle loro file provenivano le folle  che appiccavano il fuoco ai vicini musulmani.

Dei circa mezzo milione di monaci e monache in Birmania, coloro che sposano l’odio e sostengono la violenza sono un pugno, meno dell’un per cento. Tuttavia il loro messaggio di paura e di pregiudizio ha una risonanza a causa di svariati fattori.

Innanzitutto, i monaci radicali hanno collegato con successo l’insegnamento buddista con il nazionalismo. Il buddhismo insegna la nobiltà  di tutti gli esseri umani, senza distinzione di casta, di razza, o credo. Ma gli umani riescono a far cattivo uso di tutto, dharma compreso, e questi monaci sono diventati fondamentalisti che sposano il pregiudizio nel nome del dharma. Con il 40 per cento della popolazione birmana diviso in 135 gruppi etnici, tre milioni di musulmani, e una dozzina di guerre civili in lenta ebollizione, i malaccorti monaci dicono ai buddisti birmani che devono combattere contro i diversi per conservare la nazione.

In secondo luogo, dal momento della recente transizione a un governo quasi-civile, c’è crescente insicurezza, sviluppo economico predatorio e inganno politico. Durante precedenti viaggi nel periodo del regime militare, amici avrebbero potuto essere imprigionati o torturati se fossi stato per caso udito parlar loro di Aung San Suu Kyi. Al giorno d’oggi la conversazione  pubblica è permessa ma restano ancora dei pericoli per giornalisti e attivisti.

Con l’abolizione della dittatura militare, le tensioni etniche e religiose in ebollizione sono sfruttate da monaci malaccorti, gruppi politici, e quel che resta della dittatura, a scopo di potere. Si dice che alcuni dei monaci peggiori siano uomini del Servizio Segreto che hanno preso l’abito monacale e stanno deliberatamente attizzando le paure per riportare la gente dalla parte dei militari e contro Aung San Suu Kyi. I monaci radicali giocano sulla memoria storica dell’espansione musulmana nell’Asia delle preesistenti culture buddiste. Racconti paurosi di musulmani violentatori di donne buddiste, aventi enormi famiglie e che sovrappopolano la terra sono largamente disseminate.

Sorprendentemente, esiste una diffusa ignoranza in Birmania di molti insegnamenti centrali per il buddismo. Gran parte della pratica buddhista in Birmania ha carattere devozionale. Le preghiere e le offerte esprimono un bello spirito di generosità e la credenza nell’ottenimento di meriti, nel karma e nella rinascita. I templi accuratamente decorati sono regolarmente inondati con una gioiosa compartecipazione  comunitaria, con canti e manifestazioni di sostegno per i monaci.

In questa cultura devozionale,  gli insegnamenti delle nobili verità e dell’ottuplice sentiero, della nonviolenza,  consapevolezza, e della virtù non sono enfatizzati. E il monito del Buddha a guardare e a occuparsi di se stessi è completamente perduto.  Il sistema educativo birmano non insegna al popolo a mettere in discussione l’autorità. Gli studenti di una scuola media, appassionati e dai visi radiosi mi hanno detto di aver sempre imparato a memoria e di non aver mai fatto una domanda in tutta la loro carriera scolastica. In aggiunta a questo, cinquant’anni di polizia segreta e di oppressione militare hanno lasciato molti birmani impauriti e facilmente tratti in inganno.

Per fortuna  ci sono anche abati, attivisti, e leaders musulmami che incarnano l’insegnamento del Buddha a “accordarsi con tutti gli esseri con illimitata amorevole gentilezza”. Sono stato ispirato dal coraggio di coloro che stanno cercando di disinnescare questa deplorevole situazione. Alcuni lavorano in pubblico, altri si impegnano dietro la scena, per educare i monaci e le comunità negli insegnamenti buddisti riguardanti rispetto, nonviolenza, e risoluzione  dei conflitti. Ma il linguaggio dell’odio ha creato una situazione pericolosa, e coloro che parlano apertamente in pubblico contro il pregiudizio sono presi di mira e molestati dagli squadristi anti-musulmani. Nonostante questo, leader come Zin Mar Aung che ha ottenuto l’International Woman Courage Award, e il Venerabile U Nayaka Sayadaw, abate di un monastero di Mandalay con settemila monaci, hanno tenuto alta la bandiera del dharma di rispetto per tutti.

Anche se la soluzione è nelle mani degli stessi birmani, ci sono molti gruppi all’esterno che cercano di incoraggiare la miglior tradizione buddista birmana di tolleranza, come Partners Asia, il Catholic Peacebuilding Network, Hope International, United to End Genocide, e il International Network of Engaged Buddhists. Sfortunatamente, Médecins Sans Frontières e le UN sono stati banditi da Rakhine perché il governo non vuole che resoconti onesti sulla situazione raggiungano il mondo esterno. Aung San Suu Kyi, che mantiene una visione di lungo termine dello sviluppo della Birmania, con immensa dignità, grazia, e coraggio, ha incoraggiato quanti di noi l’hanno incontrata ad ascoltare tutte le parti in conflitto. Sfortunatamente la costituzione imposta dai militari non è stata ancora cambiata sì da riconoscerle pieni diritti politici e lei è limitata nella sua abilità a misurarsi con la situazione.

Nei mesi passati ho organizzato un gruppo di interessati anziani buddisti, inclusi il Dalai Lama e Thich Nhat Hanh, per pubblicare una lettera occupante l’intera pagina di giornali birmani per incoraggiare i birmani ad alzarsi in piedi per la loro nobile tradizione di rispetto e nonviolenza.

-Jack Kornfield, da Shambala Sun


venerdì 26 settembre 2014

Non me la sento






Se ci lasciamo persuadere dal ‘non me la sento’, ‘non ce la faccio’, ‘non è possibile’, che le Sirene ci suggeriscono cantando da dietro gli scogli in direzione del nostro cuore, finiamo per ritirarci nella rinuncia, la rassegnazione, l’incapacità.

Magari siamo persino accolti e consolati dalla comprensione di chi ci sta vicino..

Inizialmente non vediamo che si tratta di una inarrestabile discesa e che non c’è arrivo in vista.

Prendiamo rifugio nell’ignoranza e non usciamo più da questa tana perchè ci sono sempre più cose e situazioni che ci fanno paura e di fronte alle quali alziamo le mani, mentre i risparmi si assottigliano e non troviamo più le rendite su cui inconsciamente facevamo affidamento.

 

Dice Lama Gendün Rinpoche: “L’emozione corrispondente all’ignoranza è la paura, che include l’inclinazione a distogliere l’attenzione da ciò che è fastidioso e il desiderio di restare in stati di consapevolezza diminuita.”






venerdì 11 luglio 2014

Lettera riguardo a rabbia e paura della propria rabbia








 
Ultimamente la rabbia è l'oggetto principale della mia pratica. Mi trovo spesso a riflettere sulle condizioni e sulle situazioni che generano in me questo sentimento e cerco di stare attenta anche alle sensazioni che la rabbia mi suscita a livello fisico: aumento del battito cardiaco, il classico "sangue che sale alla testa", lo stomaco contratto e l'incapacità di stare ferma, una grande irrequietezza.
Intuitivamente comprendo la necessità di accogliere e accettare la rabbia e la sofferenza per potermene liberare, ma nei fatti non riesco ad attuare questo proposito, perchè ne ho paura.

E se accettando e accogliendo non riuscissi poi a "lasciar andare"?

E se finissi, con impotente e confusa consapevolezza, per crogiolarmi e riscaldarmi al fuoco della rabbia, che è comunque una fonte di energia, seppur negativa e distruttiva?

So di non poter avere la risposta a queste domande se non provando, praticando con pazienza e amorevole compassione, ma devo dire che sono ancora lontanissima dalla meta (o meglio dal mio nuovo inizio), almeno per quanto riguarda la rabbia generata da certe particolari situazioni personali. Lontanissima ma fiduciosa.

 

Quando c'è fiducia e sincerità potremmo essere meno lontani di quel che pensiamo.
La rabbia che non può essere lasciata andare è quella con cui ci identifichiamo, e fino a quando questa identificazione resta continuiamo a credere ciecamente nelle sensazioni di forza, di autorità, e di indignata rettitudine che la rabbia offre, magari ci piace incutere timore agli altri, ci piace avere il sopravvento, o esercitare un “giusto sdegno di alto profilo", mentre non ci piacciono calma, tranquillità, equanimità, le consideriamo cose da deboli, da sconfitti, da rassegnati, non le capiamo, e crediamo sia meglio starne alla larga.  

Un altro tipo di rabbia che non può essere lasciata andare è quella di cui non siamo consapevoli, quella che c’è, e che si radica e cresce in noi inosservata. Talvolta questo avviene quando ci siamo convinti o siamo stati convinti che non possiamo e non dobbiamo essere arrabbiati, che non abbiamo nulla di cui essere arrabbiati, e che dobbiamo ricacciare indietro anche il sospetto che sia così perché altrimenti correremmo il rischio di dar corpo e vita alle ombre. Sopprimere e nascondere.
Però quel che è ignorato, come ciò a cui siamo attaccati, resta lì dov’è, mentre il vedere la rabbia è il primo passo per liberarsene.

Come tu dici, certe volte sappiamo che c’è rabbia e proviamo paura della rabbia che cova in noi, il che può anche utilmente funzionare come misura di sicurezza, perché la rabbia può essere temibile e anche terribile.

Possiamo tuttavia provare a portare l’attenzione al sorgere della rabbia e al suo alternarsi o con-fondersi con la paura che la rabbia prenda possesso e ci domini: paura che protegge la rabbia che può essere eliminata solo avendone diretta e pratica consapevolezza.

Quello che dobbiamo fare è mantenere una vigile attenzione, nutrendola di fiducia. Quando percepiamo l’emozione, diamo un nome: rabbia o paura, che la rabbia ci possa piacere e dominare, e restiamo in contatto con l’emozione fino a quando questo stato cessa. E quando si ripresenta operiamo nello stesso modo. Talvolta tra la sensazione dell’emozione e l’attuale manifestarsi della rabbia passa solo una frazione di secondo, possiamo aiutarci comunque: sapendo che in certe situazioni familiari o sociali siamo inclini alla rabbia possiamo giocare d’anticipo. Inoltre talvolta l’esplosione di rabbia è preceduta da una sorta di ruminazione interiore che la prepara e che ci predispone, e anche ci avverte di quello che sta maturando. Sosteniamo allora l’attenzione inviando amorevole benevolenza a noi stessi: che io possa essere libero dalla paura della rabbia, che io possa essere paziente e calmo, che io possa lasciar andare questa paura della rabbia. Che io possa, alla luce della consapevolezza, vedere la rabbia e la paura della rabbia per quello che sono. Non potenze o divinità cui inchinarsi e sacrificare, bensì attaccamenti, abitudini, condizionamenti, delusioni e illusioni.
 
 
 
 

sabato 1 febbraio 2014

Lettera su preoccupazione e paura



Quando provo a parlare delle mie paure e delle mie preoccupazioni, percepisco che alla maggioranza dei miei interlocutori non importa quello che sto dicendo, e che per una ragione o per un’altra viene sminuito. Attualmente, il mio problema principale è il lavoro, e non ti nascondo che mi dispiace quando viene svalutato. Mi chiedo, come fanno a non capire che senza un qualche lavoro non si può vivere? Che una persona ha fatto tanti sacrifici per studiare e andare avanti nonostante tutto, e si ritrova senza niente? Innanzitutto penso che i miei interlocutori siano indifferenti alla condizione altrui, poi forse non sono consapevoli della gravità della situazione, oppure lo sono ma non è un loro problema poiché il lavoro ce l’hanno oppure vivono di rendita.


La tua lettera mi ha ricordato un discorso di Jiddu Krishnamurti, tenuto a Ojai in California nel maggio del 1982, che concerne la paura, e anche le preoccupazioni che alla paura e alla fuga spianano la strada.
Krishnamurti elenca vari tipi di paura: di non avere soddisfazione, di "non diventare", paura di non trovare lavoro, paura del buio, della morte, paura di vivere. 
"E quando c’è paura -sottolinea- c’è oscurità e fuga da quella oscurità -e allora la fuga diventa più importante che la paura stessa."
Questo aspetto mi pare debba essere compreso in profondità: fuggendo, per paura, si prendono strade rischiose e si possono fare azioni molto dannose.

"Ma la paura rimane. La paura può essere una delle ragioni della guerra, di uccidersi l’un l’altro. Nessun intervento esterno può risolvere il problema della paura."
A questo punto Krishnamurti invita come suo solito a una esplorazione diretta, alla meditazione, a chiedersi in maniera ripetuta e continua, che cosa è o potrebbe essere implicato nella paura, e ciascuno deve sentirsi interrogato in prima persona. E dice:
"Quando ti confronti con un altro, ideologicamente, psicologicamente, o anche fisicamente, c’è lo sforzo di diventare quello e la paura di non farcela. E’ il desiderio di appagamento e tu potresti non essere in grado di trovare appagamento. Dove c’è confronto lì c’è paura.
E’ possibile -domanda Krishnamurti- vivere senza confronto, e senza confrontarsi? C’è costante confronto in atto. E’ una delle cause della paura?
E’ ovvio.
E dove c’è comparazione lì deve esserci conformità. Deve esserci imitazione all'interno di sé. Paragonare, conformarsi, imitare- sono cause che contribuiscono alla paura? E si può vivere senza fare paragoni, imitare, conformarsi psicologicamente?
Certamente.
Se quelli sono fattori che contribuiscono alla paura e sei interessato alla fine della paura, allora interiormente non c’è comparazione, che significa non c’è divenire. La comparazione comprende, il vero significato del paragonare sta nel voler divenire quel che ritieni sia migliore, o più alto, più nobile e così via."
Krishnamurti conclude ripetendo la domanda che è rivolta a ognuno -e ci ricorda che non dobbiamo aderire a una teoria o a una tradizione ma svolgere in proprio una investigazione quanto mai urgente e indispensabile, eppure così trascurata: paragonarci all'altro, imitare, conformarsi sono uno dei fattori o il fattore della paura?
"Se questi sono i fattori, allora, quando la mente li vede come cause della paura, il fatto stesso di percepirli come tali porta alla cessazione di questi fattori che contribuiscono alla paura".
Naturalmente questo vedere non è mera conoscenza intellettuale, ma è inteso come un percepire, come un esperire che porta alla cessazione della paura.