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venerdì 8 marzo 2019

Zen, Illuminazione, Gioia





Illuminazione: che cosa è
"Enlightenment is not something you achieve. It is the absence of something. All your life you have been going forward after something, pursuing some goal. Enlightenment is dropping all that."
Con queste parole ha inizio la riflessione estremamente semplice e potente di una maestra e pioniera americana dello Zen, Charlotte Joko Beck, che continua:

"But to talk about it is of little use. The practice has to be done by each individual. There is no substitute. We can read about it until we are a thousand years old and it won’t do a thing for us. We all have to practice, and we have to practice with all of our might for the rest of our lives."[1]

 “Illuminazione non è qualcosa che conquistate. E’ assenza di qualcosa. Per tutta la vostra vita siete andati dietro a qualcosa, perseguendo qualche risultato. Illuminazione è lasciar cadere tutto questo. Ma parlarne serve a poco. La pratica deve essere opera di ciascun individuo. Non c’è sostituto. Possiamo leggere intorno a questo argomento fino a quando siamo vecchi di mille anni e non ci sarà servito a nulla. Noi tutti abbiamo da praticare, e dobbiamo farlo con tutte le nostre forze per il resto delle nostre vite.”[1]
Una vita più aperta e gioiosa
"Quello che davvero vogliamo è una vita naturale. Le nostre vite sono così innaturali che praticare lo Zen è, all’inizio, estremamente difficile. Ma una volta che cominciamo ad avere un po’ di luce sul fatto che il problema nella vita non è fuori di noi, avremo cominciato a camminare lungo questo sentiero. Una volta che il risveglio inizia, una volta che cominciamo a vedere che la vita può essere più aperta e gioiosa di quanto abbiamo mai pensato possibile, allora vogliamo praticare."
Dov'è la gioia

“Di tanto in tanto, proviamo gioia. Può insorgere accidentalmente o nel corso di un ritiro dedicato alla meditazione o altrove nelle nostre vite. Per qualche tempo dopo un periodo di pratica intensiva possiamo sperimentare gioia. Dopo anni di pratica, la nostra esperienza di gioia si approfondisce – se comprendiamo la pratica e vogliamo farla. La maggioranza della gente non vuole.”


“Gioia non è qualcosa che dobbiamo trovare. Gioia è quello che siamo se non siamo preoccupati con qualcosaltro. Quando ci sforziamo di trovare gioia, siamo semplicemente aggiungendo un pensiero – e uno di nessun aiuto, se per questo – sul fatto di base che è quello che siamo. Non abbiamo bisogno di andare in giro in cerca di gioia. Ma qualcosa dobbiamo fare. La questione è, cosa? Le nostre vite non sentono gioia, e noi insistiamo a cercare di trovare un rimedio.”

Lo Zen riguarda la vita di tutti i giorni

Intraprendiamo una disciplina come la pratica Zen per imparare a vivere in una maniera sensata. Lo Zen ha quasi mille anni ed è stato liberato  dai garbugli; non è facile, ma neppure è insensato. Sta con i piedi per terra ed è molto pratico. Riguarda la nostra vita di tutti i giorni. Come migliorare il lavoro in ufficio, crescere meglio i nostri ragazzi, e avere migliori relazioni. Avere una vita più sensata e soddisfacente deve venire da una pratica ragionevole e equilibrata. Quello che vogliamo è trovare una maniera di lavorare con l’insensatezza di base che esiste a causa della nostra cecità.


da Everyday Zen (1989) e Nothing Special (1993), di Charlotte Joko Beck


martedì 24 aprile 2018

Due voci, Sostanza e Vacuità (Sūnyatā)








Quello di sostanza (lat.substantia, gr.hypostasis, hypokeimenon, ousia) è di certo il concetto fondamentale del pensiero occidentale. In Aristotele designa ciò che è stabile in ogni cambiamento. La sostanza è costitutiva dell’unità e dell’identità dell’ente. Il verbo latino substare (letteralmente: stare sotto), da cui deriva substantia, significa anche “resistere”, “sostenere”. Stare viene inoltre usato nel senso di “ritenersi, affermarsi, tenere testa”. Nella sostanza è dunque insita l’attività del persistere e insistere. Essa è il medesimo, l’identico, che insistendo in se stesso si delimita rispetto ad altro e con ciò si afferma. Oltre a “fondamento” o “essenza”, hypostasis significa anche “resistenza” e “fermezza”. La sostanza sta, per così dire, fermamente in se stessa: in essa è inscritta la tensione verso se stessa, l’aspirazione a possedersi. Ousia, nell’uso corrente, vuol dire “patrimonio, possesso, proprietà, tenuta” o “proprietà fondiaria”. La parola greca stasis, poi, non significa solo “stare”, ma anche “rivolta, insurrezione, conflitto, discordia, contesa, inimicizia” e “partito”. Questo atrio linguistico del concetto di sostanza, di certo si basa su un movimento non pacifico o amichevole, lo prefigura in modo congeniale. La sostanza si basa su un movimento di separazione e distinzione; delimita una cosa dall’altra, mantiene ogni cosa nella sua identità con se stessa. La sostanza non è perciò concepita per l’apertura, bensì per la chiusura.

Sūnyatā (vacuità), il concetto centrale del buddhismo, rappresenta per molti aspetti il concetto opposto a quello di sostanza. La sostanza è per così dire piena: essa è ricolma di sé, del proprio (Eigen). Sūnyatā indica invece un movimento di es-propriazione (Ent-Eignung), ovvero svuota l’ente che si ostina in se stesso, che si irrigidisce in se stesso o in se stesso si chiude. Lo immerge in una apertura, in un’aperta vastità. Nel campo della vacuità nulla si condensa in una massiccia presenza. Nulla si basa esclusivamente su se stesso.

da Filosofia del buddhismo zen, di Byung-Chul Han, edizioni nottetempo










domenica 11 febbraio 2018

Non dipendenza della mente








Da Moon in a Dewdrop (Luna in una goccia di rugiada) titolo di una raccolta di versi e di saggi di Dōgen (1200-1253) curata da Kazuaki Tanahashi ho scelto la poesia intitolata Non dipendenza della mente:


Uccelli acquatici
che vanno e vengono
le loro tracce scompaiono
ma non dimenticano mai
il loro sentiero.

Come gli uccelli d’acqua – della poesia di Dōgen- possiamo imparare a non dipendere da tracce che prima o poi scompaiono.

La fiducia, l’attenzione e la consapevolezza momento dopo momento, la costanza, la pratica della compassione e del coraggio sono ciò di cui abbiamo bisogno per non dimenticare il sentiero. 





martedì 26 dicembre 2017

La tua candela si è spenta, fratello






Achaan Chah, uno dei più noti tra i maestri della tradizione della foresta, in Thailandia, ha detto: “La rabbia è facile da vedere, e l’avidità è più sottile, ma la delusione è la più difficile. Tutti gli stati mentali che l’accompagnano offuscano e confondono. Basatevi sulla vostra esperienza, non su pensieri confusi. Imparate la differenza.”
E' vero: quando brancoliamo e ci muoviamo a tentoni, i nostri passi, gesti e pensieri parlano della delusione e della confusione in cui siamo persi.

Una storia zen mi ricorda che solo mantenendo accesa la luce della nostra esperienza possiamo evitare di essere travolti via, ma non è cosa facile.

Nei tempi remoti, in Giappone, si usavano lanterne di carta e di bambù, con le candele dentro. Una notte, a un cieco che era andato a trovarlo, un tale offrì una lanterna da portarsi a casa.
«A me non serve una lanterna» disse il cieco. «Buio o luce sono per me la stessa cosa». «Lo so che per trovare la strada a te non serve una lanterna,» rispose l’altro «ma se non l’hai, qualcuno può venirti addosso. Perciò devi prenderla».
Il cieco se ne andò con la lanterna, ma non era andato molto lontano quando si sentì urtare con violenza. «Guarda dove vai!» esclamò il cieco allo sconosciuto. «Non vedi questa lanterna?».
«La tua candela si è spenta, fratello» rispose lo sconosciuto.
da 101 storie zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi

Dovremmo riuscire a fare attenzione a tutte le volte in cui la nostra candela si è spenta ma noi siamo spesso saldamente radicati nella convinzione che siano gli altri a non vederci, a non vedere la nostra lanterna che non manda più luce. e continuiamo imperterriti a brancolare nel buio.





venerdì 14 ottobre 2016

Una storia zen






Montali, ritiro di autunno, 7-9 ottobre
Vedere durante il ritiro Hinnerk che estirpava erbacce con calma e cura mi ha riportato alla mente i giorni in cui roncola alla mano battagliavo senza tregua contro gli ailanti infestanti il terreno intorno casa contando di potermene liberare una volta per tutte. Quindi, di pensiero in pensiero, mi sono ricordato del racconto della monaca Zen Shundo Aoyama che non riuscendo a tener dietro al ritmo incessante di crescita delle erbacce sul terreno antistante il suo tempio, Muryo-ji, fece ricorso a un diserbante.
foto di Hinnerk Brockmann
“Doveva essere un diserbante potente” –inizia la sua riflessione.
Per molti mesi il terreno restò arido e senza vita, non cresceva niente, nè erbacce, nè muschio, nè altro.
Quella vista intristì Aoyama e la fece pensare alla presunzione umana.
Prese così a pregare le erbacce di ritornare, non importa quanto estenuante potesse poi essere il doverle tirar via a mano: ‹‹Buona Terra. Ritorna presto alla vita e dai vita alle erbacce.››

“Esseri vivi è meraviglioso. Sbocciano i bei fiori e crescono le erbacce perché sono vivi. E’ l’egoismo umano che considera buoni i fiori e cattive le erbacce. La colpa non è loro. Il Maestro Zen Dogen disse: ‹‹Un fiore cade, anche se lo amiamo, e l’erbaccia cresce anche se non l’amiamo.›› Gli uomini sono una seccatura per le piante. Se solo mettessero da parte i criteri egoistici e guardassero attentamente ai fiori e all’erba, si vedrebbe che il cielo e la terra benedicono la vita di ogni fiore e stelo d’erba, e che queste cose sono meravigliose. Così è con gli esseri umani. Poiché vivono gli uomini sperimentano guadagno e perdita, amore e odio, gioia e rabbia, sollievo e dolore. Ciascuna di queste esperienze è un importante utensile nelle nostre insostituibili vite.”






sabato 6 febbraio 2016

Le benedizioni dell'universo




Il maestro zen Kōdō Sawaki ha detto:

Il cielo e la terra fanno doni. Aria, acqua, piante, animali ed essere umani fanno doni. Tutte le cose fanno doni le une alle altre. E’ solo in questo reciproco donare che possiamo vivere. Che lo riconosciamo o no, è così.


Senza dover chiedere “Dammi!”, facciamo o riceviamo doni. Il mondo in cui doniamo e riceviamo doni è un mondo sereno e bello. Si differenzia dal mondo della lotta per appropriarsi delle cose. E’ vasto e sconfinato.

da Kōdō il Senza Dimora, Ubaldini Editore, 2015








lunedì 25 maggio 2015

Erba estiva





Erba estiva:
per molti guerrieri
la fine di un sogno

di Matsuo Basho, da Haiku, a cura di Elena Dal Pra, Mondadori editore







sabato 20 dicembre 2014

Qualunque cosa facciamo






Avvicinandosi la fine dell’anno mi sovviene un insegnamento della monaca zen Shundo Aoyama:

“Che sia buona o cattiva, qualunque cosa facciamo rimane un fatto, che non cresce o diminuisce in valore in base alla lode o al biasimo di altri; diviene una forza karmica che ci accompagna. In questo modo, la nostra personalità è immancabilmente modellata da tutti i nostri atti.”
 
 
 
 
 
 

giovedì 14 agosto 2014

Pioggia, neve e luna





Ogni giorno i sacerdoti

esaminano minuziosamente la Legge

e cantano senza fine complicati sutra.

Prima di questo, dovrebbero imparare

a leggere le lettere d’amore inviate da vento

pioggia neve e dalla luna.

di Ikkyu (1394-1481), dalla Antologia di Nuvola Pazza

 



E i primi sacerdoti siamo noi stessi con i nostri registri costellati di note, di materiali e di rendiconti del dare e dell’avere, con sempre l’avere in disavanzo attivo sul dare, e sempre presi dal pensiero dei nostri canoni e dal cantare senza fine i nostri sutra che si complicano e si ingarbugliano vieppiù nel tempo..

Ma prima di cantare e di sventagliare sugli altri e sul mondo i nostri garbugli e le nostre complicazioni possiamo prestare ascolto a Ikkyu: imparare a leggere le miriadi di lettere d’amore che nascono nell’aria..






venerdì 8 agosto 2014

Lettera per John





A volte, nel mezzo delle ordinarie attività della vita quotidiana, ricordo il mio maestro di zen, John Garrie. E lo ricordo, più che per i discorsi, per quelle informali osservazioni e i richiami che stanno a indicarmi che in ogni momento ho qualche possibilità di riflessione e di scelta sul cammino. Se lasciarmi incantare, o angosciare, dal canto delle sirene oppure accogliere la realtà così com'è, anche l'ansia l'incertezza il disagio, accettare senza trattenere, e comprendere. Posso sempre in qualche misura cambiare l'energia mia e dell'ambiente in cui entro e posso prestare attenzione a questi cambiamenti.

Talvolta mi ritrovo al fianco John che mi dice: “I see you want to play it safe”. Oppure: “Now you become negative, again”.

Queste frasi mi toccano profondamente, mi riportano al clima di sollecitudine affettuosa e non giudicante di John, e nel raggio di un contatto che è stato e che è ancora vitale.

Il “vuoi andare sul sicuro”, come il “diventi di nuovo negativo”, mi mettono di fronte al fatto che la pratica di consapevolezza è un esercizio di attenzione e di benevolenza, diretta in primo luogo a noi stessi, riguardo all’uso che immaginiamo e che facciamo delle nostre energie e delle nostre possibilità.

Vedendo la nostra cocciuta propensione a ricadere nelle vecchie abitudini i maestri ci richiamano a non dare per scontato che le cose debbano andare sempre nello stesso modo, e a non guardarle come se non possano che prendere la stessa e ben nota piega.  

Ci risvegliano a non subire gli eventi, a non cadere in una improduttiva e autolesionistica reattività. A trovare il modo per essere presenti alla nostra vita accogliendola. A “non cercare la liberazione in quello che vedi ma in come lo guardi.” E a capire il valore liberatorio del momento in cui si può invertire una tendenza e un carattere.
 


John Garrie rievocava così il suo primo incontro con il maestro H.Saddhatissa: “irradiò buon umore e gentilezza a beneficio di tutti i presenti, a dimostrazione di quello che è l’aspetto principale dell’insegnamento buddhista, molto al di là di quanto possono dire le sole parole” e concludeva il ricordo con una espressione che so di poter riferire a lui stesso: “il Buddhadhamma vive nelle sue azioni, parole e atmosfera di amorevole gentilezza.”


 

venerdì 4 luglio 2014

Oscurità e luce





“Non c’è oscurità senza luce,

non vedete in essa solo oscurità.

Nella luce c’è oscurità,

non vedete in essa solo luce”.


Shitou Xiqian (Sekitō Kisen, in giapponese, 700-790), autore del Sandokai, da cui sono tratti questi versi, nacque nella provincia del Guangdong nel sud della Cina all'inizio dell'ottavo secolo. In quest'epoca lo Zen crebbe in popolarità, e divenne noto per l'enfasi sull'esperienza diretta della realtà e la pratica della meditazione seduta. 






domenica 16 marzo 2014

Quando perdiamo il nostro equilibrio





“Vivere nel regno della natura di Buddha significa morire in quanto piccolo essere, momento dopo momento. Quando perdiamo il nostro equilibrio moriamo, ma nello stesso tempo evolviamo anche, cresciamo. Qualunque cosa vediamo sta cambiando nel momento in cui la vediamo, sta perdendo il suo equilibrio. La ragione per cui ogni cosa appare bella è perché si trova fuori equilibrio, ma il suo sfondo è sempre in perfetta armonia. In questo modo ogni cosa esiste nel regno della natura di Buddha, perdendo il suo equilibrio su uno sfondo di perfetto equilibrio. Così se vedete le cose senza realizzare lo sfondo della natura di Buddha, tutto appare nella forma di sofferenza. Ma se comprendete lo sfondo dell’esistenza, realizzate che la sofferenza stessa è il modo in cui viviamo e in cui ampliamo la nostra vita. Perciò nello Zen talvolta enfatizziamo lo squilibrio o il disordine della vita.”

da Zen Mind, Beginner’s Mind (Mente zen, mente di principiante) di Shunryu Suzuki



domenica 9 marzo 2014

11 marzo 2011- 11 marzo 2014





Quando cessa il vento

vedo cadere un fiore.

Grazie all’uccello canterino

scopro la calma della montagna.



Questa poesia zen, forse scritta sopra una foglia e raccolta sulla strada in autunno, il maestro Suzuki la riporta in Zen Mind, Beginner's Mind e commenta:

"Quando vediamo una parte della luna velata da una nuvola, o da un albero o da un cespuglio di erbacce, allora ne avvertiamo veramente la rotondità. Ma quando vediamo chiaramente la luna senza che niente si frapponga, non ne avvertiamo la rotondità come quando si trova parzialmente coperta da qualcos'altro".










domenica 2 marzo 2014

Niente di speciale




“Il nostro intento è solo quello di osservare questa pratica continuamente. Questa pratica cominciò dai tempi dei tempi e continuerà nel futuro per sempre. (…)

Continuando ogni giorno questa semplice pratica, otterrete un meraviglioso potere. Prima di raggiungerlo, è qualcosa di meraviglioso, ma una volta ottenuto, non è niente di speciale. Come dice una poesia cinese:

“Sono andato e sono tornato. Non è stato niente di speciale. Il Rozan famoso per le sue brumose montagne; il Sekko per le sue acque”.

La gente pensa che deve essere stupendo vedere la famosa catena di montagne avvolte dalla bruma, e le acque che si dice ricoprano tutta la terra. Ma se ci andate, vedrete soltanto acqua e montagne. Niente di speciale. (…)

Per una madre con figli, avere dei figli non è niente di speciale. Lo zazen è questo. Quindi, se continuerete questa pratica, sempre di più acquisterete qualcosa -niente di speciale ma nondimeno qualcosa. Si potrebbe dire ‘natura universale’, o ‘natura di Buddha’, o ‘illuminazione’. Potete usare molti nomi, ma per chi la possiede, è niente ed è qualcosa. (…)

Dunque essere un essere umano significa essere un Buddha. Natura di Buddha è solo un altro termine per indicare la natura umana, la nostra vera natura umana. Cosicchè, anche se non fate niente, in effetti state facendo qualcosa. State esprimendo voi stessi. State esprimendo la vostra vera natura. La esprimeranno i vostri occhi, la vostra voce, il vostro contegno. La cosa più importante è esprimere la vostra vera natura nel modo più semplice e appropriato e saperla apprezzare anche nell’esistenza più insignificante. Continuando questa pratica una settimana dopo l’altra, un anno dopo l’altro, la vostra esperienza si farà sempre più approfondita, fino a comprendere tutto ciò che fate nella vita di ogni giorno. La cosa più importante è dimenticare tutte le idee di conseguimento, tutte le idee dualistiche.”
da Shunryu Suzuki-roshi, Mente Zen, Mente di Principiante, Ubaldini 1976

E qual è il "meraviglioso potere" che possiamo ottenere grazie a questa pratica, aliena da idee di conseguimento e di divenire?
Ieri se ero angosciato mi dicevo 'che cosa c'è che non va in me?', oggi se sono angosciato mi dico 'adesso c'è angoscia'.
Ieri c'erano situazioni da cui non potevo non fuggire, oggi posso restare ed essere presente.
Ieri in certi casi non potevo non arrabbiarmi e urlare, oggi posso restare calmo e presente, e forse riesco a dire qualcosa di utile.
Ieri non potevo non lamentarmi dello spiacevole, oggi posso essere più accettante e attento.
Ieri ignoravo queste differenze tra ieri e oggi, oggi talvolta me ne dimentico e il "meraviglioso potere" mi aiuta a ricordarmene.
Ancora oggi talvolta mi ritrovo ad assillare me stesso: "Dammi la felicità, dunque, dammi la bellezza, dammi la primavera, dammi la poesia, dammi il Sekko, dammi il Rozan, sei un buono a nulla!"; e nel momento in cui mi ascolto attentamente e ne sono consapevole, eccomi più rilassato e più contento.
Questo momento è niente di speciale, eppure è qualcosa. 




martedì 10 settembre 2013

Le nostre illusioni





Preferiremmo andare in rovina
                       piuttosto che mutare,
Morire piuttosto nella nostra paura
Che salire sulla croce di ogni giorno
E lasciar morire le nostre illusioni.

da W.H.Auden, L'età dell'ansia, Mondadori



Joko Beck (1917-2011), pioniera dello Zen in America, ha così commentato la poesia di W.H.Auden: "Preferiremmo crollare piuttosto che cambiare, anche se il cambiamento è ciò che siamo. Preferiamo morire nella nostra ansia, nella paura, nella solitudine pur di non salire sulla croce dell'attimo e lasciare che le nostre illusioni muoiano. La croce è il bivio, la scelta. Siamo qui per fare quella scelta."




venerdì 9 agosto 2013

Lo scopo della pratica




Lo scopo della pratica non è sentirsi meglio ma imparare a vedere. Abbiamo bisogno di esaminare il nostro sistema, capire come perdiamo energia tramite le reazioni e le strategie abituali. Dobbiamo imparare ad arrestare queste perdite, in modo da non trovarci continuamente svuotati quando affrontiamo la vita quotidiana.

Ad esempio, quando siamo in preda alla rabbia, ci tagliamo fuori dall'immagine complessiva e dal senso della nostra essenziale connessione. Se vedessimo chiaramente le nostre reazioni emotive di rabbia, sarebbe evidente che ci svuotano e che limitano la nostra vita. Capiremmo che sono forme di avversione alla vita, che ci separano e ci chiudono.

Eppure, anche se con la nostra rabbia facciamo del male a noi stessi e agli altri, ci aggrappiamo con sconcertante tenacia a questa emozione limitante. Anche se continuiamo a causare dolore perdendo energia attraverso le reazioni emotive di rabbia, anche se riduciamo la vita a un'esistenza di meschino egocentrismo, seguitiamo ad abbandonarci a pensieri e comportamenti rabbiosi con una cocciutaggine che sfida il buon senso.

Cosa scatena realmente la rabbia? Quando la vita non è come la vorremmo, reagiamo. Se abbiamo delle aspettative, ci aspettiamo che vengano soddisfatte. Se abbiamo delle esigenze, esigiamo che vengano soddisfatte. Se abbiamo dei desideri intensi, non siamo paghi fintanto che non vengono esauditi. Benchè la vita sia neutrale, priva di qualsiasi inclinazione ad adeguarsi alle nostre immagini ideali, continuiamo a credere che dovrebbe seguire il corso desiderato. E quando non lo fa, il risultato è spesso la rabbia, in una forma o l'altra.

da Essere Zen, di Ezra Bayda, Ubaldini











martedì 28 maggio 2013

Sono a casa





Nel buddhismo la liberazione avviene attraverso l'intuizione, non attraverso la grazia, e quell'intuizione non sarà possibile senza la pratica della meditazione e del guardare in profondità.

Non perdete neanche un minuto delle vostre giornate, ogni minuto della vostra giornata può essere utilizzato per generare l'energia della presenza mentale: camminando, respirando, sedendo.

Inspirate, godetevi il vostro respiro e dite: "Sono arrivato".  Lo scopo è smettere di correre. Quando espirate dite: "Sono a casa", e la vostra casa comincerà a rivelarvisi.

da un discorso di Thich Nhat Hanh






mercoledì 15 maggio 2013

Dove far luce


 
 
Di quando in quando Shunryu Suzuki ritornava a ricordare: “Nel Sutra del Loto, Buddha dice di illuminare un angolo –non il mondo intero. Fai luce proprio dove sei.”

Non si cessa mai di imparare da questa indicazione, non è mai compresa una volta per tutte, ogni occasione è buona per riconsiderarla e offrirne testimonianza. Possiamo praticare momento dopo momento l’intera nostra vita senza mai annoiarci e senza mai averne abbastanza: “Fai luce proprio dove sei.”  

La frase fa il paio con la risposta di Shunryu alla moglie Mitsu a proposito del buddhismo: le due si sostengono qualificano e interpretano a vicenda.

La domanda era: “In poche parole, il buddhismo in che cosa consiste?”
Shunryu aveva risposto: “Accetta quello che è così com’è e adoperati meglio che puoi perché sia il meglio che può essere.”




mercoledì 1 maggio 2013

Lettera dalla paura


Molte persone hanno una gran paura della povertà, paura che i loro consumi, le loro risorse, le loro possibilità, anche comodità e agi, diminuiscano, hanno paura, invecchiando, di non aver mezzi sufficienti per essere adeguatamente curati e assistiti, hanno paura dell’idea stessa della povertà, anche di immaginarla, forse sono la maggioranza -mentre una minoranza, forse, si difende dalla stessa paura accumulando beni, risorse, ricchezze.
Oggi la paura della povertà è moltiplicata dall'ansia seminata a piene mani dalla mancanza di attenzione, dall'avidità di individui e gruppi e da politiche economiche irrispettose della vita e della tranquillità degli esseri viventi più indifesi.

Grazie alle condizioni familiari e alle circostanze economiche e sociali in cui sono cresciuto e divenuto adulto, la paura della povertà mi è stata finora risparmiata, ma le cose cambiano di continuo; mentre ne ho conosciuto altre di paure che hanno piegato la mia mente in altre direzioni, la paura di essere abbandonato, la paura di non essere approvato, l’incertezza, il senso di colpa, la sfiducia, la disistima, la ricerca di una copertura nel gruppo o nell’autorità.

Questa fragilità, che è inimmaginabile per chi non la soffre o non sfugga alla sofferenza torturando chi ne soffre, ho cominciato a riconoscerla a darle un nome e a muovere i primi passi per uscire dal suo regime quando ho incontrato il maestro John Garrie, e sento da allora che le paure possano essere comprese e lasciate andare grazie all’incontro con esseri capaci di accogliere, comunicare tranquillità, fiducia e amorevole gentilezza, e di insegnare quei mezzi abili che consentono di coltivare le qualità indispensabili per non essere dominati dalla paura e per uscire dalla gabbia di ferro dell’autocentratezza e autoreferenzialità dentro la quale la paura non può che crescere.

Se ci lasciamo prendere dalla paura, in rapporto alla sistemazione, al lavoro, al reddito, al “futuro”, finiamo dritto dritto nella prigione della mente e del cuore. A colpi di paura (di restare tagliato fuori dal gioco, di non avere quello che hanno gli altri) ci deprimiamo, ci tagliamo fuori da tutto-i e ci auto-condanniamo.
“Se non avessi incontrato una certa persona a un certo momento, se non avessi incontrato le parole di questa persona in quel momento –scrive Shundo Aoyama- che tipo di vita starei vivendo oggi? Il solo immaginarlo mi mette un groppo in gola. Ma dobbiamo ricordarci che anche se un grande maestro sta di fronte a noi per spiegarci i veri insegnamenti, se noi non aspiriamo alla Via e non gli prestiamo attenzione, non può esserci connessione e non può nascere una relazione maestro-discepolo.”
 
Questo riguarda non solo i grandi maestri ma anche persone che non pretendono di esserlo e che con la loro gentilezza e disponibilità ci sostengono silenziosamente e ci raggiungono con il loro calore, eppure spesso diamo per scontata la loro presenza e ci lamentiamo per la mancanza di gentilezza e disponibilità di altri che sono impietriti nelle loro paure. 

Ricordiamo allora le parole di Diane Rizzetto: "Possano coloro che sono spaventati cessare di aver paura, e quelli che sono costretti essere liberati. Possano i senza potere trovare il potere, e possa la gente pensare di agire in amicizia l'una con l'altra. Coloro che si sentono disorientati in una spaventosa landa selvaggia -i bambini, gli anziani, i senza protezione- possano essere protetti nella saggezza e compassione della vita risvegliata."





 





martedì 30 aprile 2013

La ricerca della primavera




Sebbene abbia cercato tutto il giorno
non ho potuto trovare la primavera.
Portando con me il bastone
ho oltrepassato una montagna dopo l’altra.
Tornando a casa mi è capitato di prendere
in mano un rametto di susino
in fiore.
Ecco lì ho visto la primavera, sbocciata
sulla sua punta.


“Io credo –dice Shundo Aoyama- che la poesia sia stata scritta dal poeta cinese Tai-i della dinastia Sung (960-1279).
Una poesia giapponese rispecchia lo stesso sentimento:

Attraversando fiumi e montagne
In un paese in cui la solitudine non ha mai fine,
Sto ancora viaggiando.

E' del poeta Bokusui Wakayama (1885-1928) e ci parla di un attraversare, viaggiare in solitudine, senza fine, ci comunica un senso di spossatezza. Sentiamo che il cercare si è fatto angoscioso, sbagliato, inconcludente.

“In Europa -continua Shundo Aoyama- il poeta tedesco Carl Busse (1872-1918) tratta un tema simile in una delle sue poesie, come anche Maurice Maeterlink (1862-1949) nel suo L’Oiseau bleu. Sia in Oriente sia in Occidente tutti gli uomini sono andati in cerca della felicità; non hanno mai smesso di cercarla.
Tanti di loro hanno pensato di trovarla nel danaro e hanno speso le loro vite inseguendo la ricchezza. Altri hanno pensato di trovare la felicità nella fama o nella buona salute o nel tirar su figli. Ma per molti di loro la vita è finita come un sogno senza compimento; soltanto pochissimi sono diventati consapevoli che la vera felicità non si raggiunge dando soddisfazione ai nostri desideri mondani.
I desideri umani crescono senza limite. E’ impossibile tentare di soddisfarli tutti. (...) Se la felicità non può essere raggiunta a meno che i desideri umani siano completamente soddisfatti, allora non c’è posto in cui possa trovarsi la felicità. La vera felicità non è mai così imperfetta e mai dipende da condizioni. Anche se sei malato terminale o soffri una situazione di estrema povertà, se accetti le cose proprio così come sono –come felicità-fiducioso che qualunque cosa accada è bene, e rendi questa attitudine una parte di te stesso, credo che avrai trovato la vera felicità.”

La "vera felicità" può essere trovata a casa, presso te stesso, accettando quanto succede qui e ora, e rendendo questa attitudine una parte di te stesso.