Visualizzazione post con etichetta Achaan Sumedho. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Achaan Sumedho. Mostra tutti i post

domenica 1 maggio 2016

I fiori e il loto





“I fiori freschi abbelliscono qualunque luogo in cui si trovano, non sminuiscono né danneggiano mai alcunché. Nel buddhismo sono un simbolo di purezza mentale. Di solito le immagini del Buddha lo mostrano seduto su un fiore di loto. Nel sudest asiatico, il fiore di loto cresce nelle paludi e negli stagni, sbocciando tra il fango e la melma. Si innalza al di sopra di tutto ciò e diviene un fiore magnifico. Quel fiore è come un essere umano morale. Un essere umano responsabile di ciò che fa è sempre una creatura magnifica da avere vicino a sé. Ovunque vada è il benvenuto; abbellisce, adorna. Al contrario, il mondo è ingombro di esseri umani egoisti, immorali e noncuranti, simili a erbe infestanti. Ecco perché il Buddha è seduto simbolicamente su un trono di loto: la saggezza del Buddha può provenire soltanto dalla purezza morale.
Gli esseri umani possono raggiungere qualunque livello. Possiamo vivere, come fanno molti, a livello istintivo del corpo, seguendo gli impulsi animali al cibo, al sonno e alla procreazione. Possiamo anche abbassarci sotto a quel livello ed essere ossessionati da desideri di bassa natura. Molti esseri umani vivono in questo modo. Non sono veramente umani; sono come spettri che vivono in un mondo crepuscolare di appetiti ossessivi e desideri insaziabili, come tossicodipendenti e alcolizzati. Oppure possono essere demoni, con un’energia malvagia che cerca di distruggere e di ferire gli altri. Il solo fatto che possedete un corpo umano non significa che siate pienamente umani. Non è così facile. Il regno umano è totalmente intriso di moralità, perciò essere umani implica anche l’aspetto mentale.
Solo quando decidiamo di assumerci la responsabilità della nostra vita diventiamo esseri umani a tutti gli effetti. Dobbiamo compiere lo sforzo di elevarci. Essere responsabili richiede fatica; non è qualcosa che avviene senza sforzo. Dobbiamo sceglierlo. Dobbiamo decidere di essere in quel modo e assumerci l’impegno e la fatica necessari. Viveversa, ci limiteremo a seguire gli impulsi istintivi che spesso sono auto indulgenti e di basso livello. Quando compiamo lo sforzo necessario, ci innalziamo a un livello superiore. Ecco cosa rappresentano i fiori e il loto.”

di Achaan Sumedho, da La mente e la via, Ubaldini





domenica 8 novembre 2015

La meditazione non è sogno




La meditazione è un processo di trasformazione, non di consolidamento di modelli e modi usuali.

Se la nostra mente non è abbastanza ferma, rimbalza qui e là quando sediamo sul cuscino e quando ci alziamo tendiamo a essere assorbiti, risucchiati e andare alla deriva tra le attività usuali, di lavoro, domestiche, o nello spazio chiamato da Achaan Sumedho "fiera dei divertimenti", che è il tempo non-libero, non-vuoto, ma inzeppato da divertimenti e da diversivi. Così, ci alziamo dal cuscino per correre a infilarci nel sogno consueto.

Occorre comprendere e sentire l’interrelazione, la compenetrazione tra meditazione seduta, "zazen", e le azioni ordinarie. La meditazione seduta inizialmente resta circoscritta, isolata, e minoritaria e non “decolla”. Tuttavia è il nostro punto di forza e di consapevolezza. A essa tende ad accompagnarsi una consapevolezza crescente estesa alla vita, così gli "insight", le intuizioni, che abbiamo su noi stessi e sulla nostra esperienza durante la meditazione seduta vengono rinforzate e allargate.

La meditazione è un mezzo abile per uscire da quella che la maestra zen Diane Rizzetto definisce la prigione del sogno auto-centrato, intendendo che in assenza della consapevolezza del qui e ora, che possiamo iniziare a coltivare sul cuscino, restiamo affondati nel sogno chiamato vita che attraversiamo in sogno. E’ un sogno potente che vuole continuare a essere sognato e a sognarci.

Tale è la natura della vita non risvegliata al cui centro sta una mente che reagisce invece di dare risposta e che è intontita e confusa dagli attaccamenti.
Una mente che ama risvegliarsi è quella mente che accoglie anche ciò che non piace, che provoca fastidio o irritazione, che porta disagio. Una mente che non fugge e non respinge quel che percepisce come strappi e lacune ma accoglie e cura, “semplicemente” accogliendo.

Talvolta ci avviciniamo alla meditazione in vista di benefici immediati e strada facendo ci risvegliamo alla prospettiva di benefici imprevisti e incalcolabili che non procedono con le nostre esigenze immediate, capiamo che non è di beneficio rinchiudersi all’interno della prospettiva dei benefici immediati, ma coltivando l'attenzione, la consapevolezza, la calma rendersi disponibili a un orizzonte aperto, di liberazione.  





sabato 31 maggio 2014

Pura attenzione





"La pratica buddhista consiste nel rimanere in quella pura attenzione in cui si trova ciò che chiamiamo conoscenza intuitiva, o conoscenza diretta. E’ una conoscenza non fondata sulla percezione, su un’idea, su una posizione, o una dottrina, ed è possibile solo tramite l’attenzione. Ciò che intendiamo per attenzione è la capacità di non attaccarci ad alcun oggetto, che appartenga al regno materiale o al regno mentale. Quando non c’è attaccamento, la mente è in uno stato di pura consapevolezza, intelligenza e chiarezza. Questa è l’attenzione. La mente è pura e ricettiva, sensibile alle condizioni esistenti. Non è più una mente condizionata che si limita a reagire al piacere e al dolore, alla lode e al biasimo, alla felicità e alla sofferenza.

Se adesso, per esempio, vi arrabbiate, potete seguire la rabbia. Potete crederle e continuare a riprodurre quell’emozione, oppure potete soffocare la rabbia e cercare di interromperla per paura o per avversione. Tuttavia, invece di comportarvi in uno dei due modi, potete pensare alla rabbia come a qualcosa che può essere osservato. Ora, se la rabbia fosse il nostro vero sé, non la potremmo osservare; ecco ciò che intendo per ‘riflessione’. Che cos’è che può osservare e riflettere sulla sensazione della rabbia? Che cos’è che può esaminare e riflettere sulla sensazione, il calore del corpo, o lo stato mentale? Quella che osserva e investiga è ciò che chiamiamo mente riflessiva. La mente umana è una mente riflessiva."

Achaan Sumedho, da La mente e la via, Ubaldini
***
Achaan Sumedho è un monaco buddhista della scuola dei Maestri della Foresta, tradizione theravada. Di origine statunitense, è stato discepolo di Achaan Chah, fondatore di monasteri nel Regno Unito, è tornato da qualche anno a vivere in Thailandia. Gli insegnamenti di Sumedho raccolti in La mente e la via, come in altri libri e discorsi, reperibili sul sito del monastero di Santacittarama, sono raccomandabili e riconoscibili per la chiarezza, per il carattere non settario, e in special modo perchè il loro autore "parla da un luogo in cui è stato".
 
 
 
 
 

sabato 17 maggio 2014

Resistenza al cambiamento





Una momentanea consapevolezza.
Ogni libertà, di scelta, di presenza, ogni comprensione, ogni vita realizzata, ogni sensibilità e ogni liberazione possono iniziare da lì. Possiamo esserne grati.
In quel momento emerge, forse come uno stelo d’erba tra gli altri, un ciuffo di finocchio selvatico, un fiore brado, con una puntina di colore, quasi indistinguibile, perchè la vita turbolenta o torpida dei sensi, dei ricordi, delle preoccupazioni sembra avvolgere e confondere tutto nel tutto, uno stelo verde tra gli altri. Una sensazione tra le altre.
E anche bisogna riconoscere che l’essere umano è cocciuto. E’ di dura cervice. Vuole andare avanti per la sua strada, non vuole mollare gli attaccamenti, non presta attenzione che alle sirene.
Ascolta! Occorre che tu sia vigile e attento invece di correre avanti, che ti apra a quella momentanea consapevolezza, a quel filo d'erba, che tu sia fiducioso nel fatto della apparizione, nel fatto che sia lì per comunicare qualcosa. Che cosa è? Non lasciare che la resistenza alla interrogazione, all'ascolto, alla pausa, abbia la meglio, accogli questo arrivo con la sospensione della routine, con il silenzio, con il risveglio.
E’ una sensazione. Di freddo, di caldo, di fastidio, di stanchezza, di torpore, di inquietudine, di insoddisfazione.. Dai un nome a quello che senti. E' resistenza al cambiamento. Accogli anche questa resistenza, trattala bene, non con disprezzo, né con rigore, non con sufficienza. Sii il suo testimone. Ascolta. Dalla momentanea consapevolezza di una resistenza al cambiamento può nascere il cambiamento. Accetta il momento presente. Ricevilo. Resta in contatto con questo che senti fino a quando c'è. Rilassati in questo contatto. Testimonia il sorgere e lo svanire dell'esperienza di attaccamento da cui può iniziare il cambiamento.
"Questa" dice Achaan Sumedho "è la visione profonda che ci libera da ogni forma di illusione".







venerdì 23 agosto 2013

Quando cercavo di essere rigidamente vegetariano...







Ricordo che quand'ero con Luang Por Jun, cercavo di essere rigidamente vegetariano. Al monastero avevano certi piatti non conditi con salsa di pesce o altri tipi di condimenti animali. Così era difficile perchè non c'era molta scelta e dovevano sempre preparare qualcosa di speciale per me. Dovevo sempre essere speciale. Era difficile, essere uno straniero e poi avere una dieta speciale e privilegi speciali. Era dura per me imporlo al gruppo, quando aiutavo a passare il cibo, potevo diventare molto possessivo. Sentivo di avere il diritto a prendermi tanto cibo vegetariano, dal momento che gli altri monaci si mangiavano il pesce, la carne e quelle cose lì. Mi ritrovavo a puntare al cibo vegetariano per primo così da avere la meglio sugli altri in accordo ai miei bisogni. Questo portò alla luce una tendenza davvero infantile in me. Poi, un giorno un altro monaco vedendomi far questo arraffò subito tutto il cibo vegetariano e me ne diede soltanto un cucchiaio. Mi arrabbiai davvero moltissimo quando vidi questo. Afferrai la salsa di pesce fermentata, un condimento davvero potente e quando passai davanti alla sua ciotola lo spruzzai sopra tutto il suo cibo! Fortunatamente ci era vietato di colpirci l'un l'altro. Questa è una necessità assoluta per gli uomini - avere delle regole contro la violenza fisica!

da Intuitive Awareness, di Ajahn Sumedho, Amaravati Buddhist Monastery









venerdì 7 giugno 2013

Devozione







"Il senso di devozione e di riguardo è un aspetto assai positivo dell'essere umano. Una persona che non prova rispetto per alcunché, che non prova amore né gratitudine, è una persona la cui compagnia è assai sgradevole. Le persone che si lamentano, che criticano e che pretendono, le persone testarde e orgogliose, sono persone con cui non è piacevole stare. L’atteggiamento “Sono troppo in gamba, non mi inchinerò davanti a nessuno” è pura arroganza ed è un aspetto disdicevole degli uomini. La pratica della devozione consiste nell'aprirsi, nel fare offerta di se stessi inchinandoci. E’ un movimento del corpo nel quale realmente offriamo alla verità noi stessi, questo corpo, questa forma umana."
 
di Achaan Sumedho, La mente e la via, Ubaldini





giovedì 7 febbraio 2013

So che non so




Attraverso la consapevolezza intuitiva, facciamo attenzione a come sono le cose, rendendocene pienamente coscienti, perché in realtà non siamo consapevoli di molta parte della vita. Possiamo renderci conto di come il condizionamento della mente ci predisponga a fare l’esperienza delle cose solo attraverso certe percezioni; quando le cose non rientrano nella nostra sfera di esperienza, nel nostro modo di percepirle, tendiamo a non notarle. Un essere umano molto condizionato è qualcuno che sperimenta la vita attraverso le condizioni che ha acquisito, tende a vedere e a interpretare la vita attraverso i presupposti, le distorsioni, le percezioni che gli sono propri e che ha acquisito a causa del suo condizionamento sociale e culturale.
Ecco perché un condizionamento etnico molto conservatore, o un approccio alla vita essenzialmente fondamentalista, si basano sulla convinzione che una certa condizione è la sola giusta e ciò con cui non sono d’accordo viene liquidato come sbagliato, come qualcosa di eretico, di alieno, come il nemico. Abbiamo, dunque, paura di ciò che è straniero, alieno, o diverso, o di quello che non conosciamo, l’ignoto, l’incerto, l’estraneo; molti vogliono liberarsi di tutto questo, vogliono espellerlo o evitarlo.
Chi vive la sua vita in modo molto conservatore si sente minacciato da qualsiasi genere di comportamento inusuale, lo considera anormale ed estraneo e teme i valori alieni, perché sono aspetti ignoti nella sua vita, e nel suo condizionamento culturale c’è una sorta di certezza in cui si aspetta che le cose rientrino, che confermino la sua visione della vita, per poter essere d’accordo e accettarle.
Quando vivevo in Thailandia, notavo che alcuni occidentali, a causa della diversità di condizionamento, del linguaggio diverso, della differenza climatica, alimentare, della grande diversità culturale dalla società europea, erano presi dal panico, dalla paura, perché erano entrati in contatto con condizioni ed esperienze diverse per qualità da ciò a cui erano abituati, lo chiamavano ‘shock culturale’.
Lo stesso vale per gli approcci fondamentalisti alla religione: avvicinandoci alla fine del millennio, al periodo apocalittico, che presenta aspetti sconosciuti e incerti, diventano sempre più popolari le religioni fondamentaliste, i modi di vedere l’esperienza in termini rigidi, dove siamo tutti d’accordo che le nostre percezioni sono quelle giuste, e che tutto quello che non vi rientra è sbagliato.
Volerci sentire sicuri, avere la sensazione di sapere esattamente cos’è bene e cos’è male, cos’è vero e cos’è falso, come qualcosa che ci viene dato dall’esterno, è uno degli aspetti umani che più abbiamo in comune, quando i tempi diventano più incerti e l’ignoto ci spaventa. Talvolta proviamo una forte tentazione a far parte di qualche organizzazione, dove ci si dica esattamente come vestirci, cosa dire, come comportarsi, come pensare e dove, in certo modo, ogni cosa è per noi già predisposta nella maniera accettabile e non resta che adattarvisi: tutto questo crea un senso di sicurezza.
La sensazione di non sapere, l’insicurezza, l’incertezza sono condizioni della mente che cominciamo a riconoscere, quando ci apriamo alla consapevolezza intuitiva. Usiamo perfino metodi, modi per sviluppare la capacità di non conoscere. In alcune forme di buddhismo Zen ci si pongono deliberatamente domande impossibili, a cui non c’è risposta. O in alcuni insegnamenti Vedanta si usano domande quali: "Chi sono io?". Un approccio in cui continui a chiederti: "Chi sono?". O si viene posti in situazioni in cui la sicurezza e la certezza della propria vita sono spazzate via e per sopravvivere puoi contare solo sulla capacità intuitiva della mente.
È una realizzazione importante contemplare il futuro come ignoto, sapere che il futuro è l’ignoto, che non si sa. Per esempio, fatevi la domanda: "Chi sono?". Cosa succede? La mente pensante si arresta. Vi chiedete: "Chi sono io?" e si crea un vuoto, non è vero? C’è un’interruzione nella nostra mente pensante che si ferma. Sono consapevole di questa specie di vuoto, quando finisce la domanda e si avverte il vuoto. E investo di consapevolezza questo vuoto, voglio conoscere questo vuoto nel pensiero, in cui il pensiero non è presente, ma c’è questa sorta di spazio. Dopo quel vuoto, la mente pensante ricomincia: "Be’, sono Ajahn Sumedho", o qualcosa del genere, ma questo lo so già, quello che cerco non è una risposta, voglio essere consapevole di quel vuoto, di quello spazio.
È un modo per imparare realmente a essere consapevoli, per accogliere quella sorta di vacuità della mente, in modo che il non pensiero venga registrato dalla coscienza.
Un altro modo è porsi la domanda: "E poi? Che altro?". E la mente pensante si ferma. Non mi interessa veramente cosa ci sarà dopo, cosa succederà, quello che mi interessa è l’arrestarsi della mente pensante, il vuoto, in modo da poterlo registrare, da notarlo: è così, così è fatto il non pensiero. E allora lo conservo nella consapevolezza intuitiva, nella coscienza. Questa pratica ci permette di riconoscere, di essere pienamente consapevoli e coscienti di quando il pensiero si ferma, degli spazi tra le parole, del silenzio alla fine della domanda, e della sensazione di dubbio e di incertezza da cui si è sorpresi, dell’insicurezza, di tutti gli stati mentali che ci procurano la sensazione di non sapere, in cui il pensiero non funziona più, ma la consapevolezza opera ancora.
Anche il suono del silenzio è un altro modo per arrivare allo stesso scopo, in quanto ci si sintonizza sul suono primordiale, cosmico, metafisico e il processo del pensiero si ferma quando si riposa in questo stato di attenzione. Riguardo al suono del silenzio, è importante dargli significato, perché per alcuni è solo un ronzio nelle orecchie. E un ronzio nelle orecchie non sembra molto importante, sembra piuttosto qualcosa di cui ci vorremmo disfare. O per cui conviene andare dal dottore. Se lo sperimentiamo come un ronzio nelle orecchie, finisce per diventare un disturbo, finiamo per sentirci infastiditi o ostili. Il suono del silenzio ha spesso ispirato la poesia dei Sufi. Non ricordo se fosse Rumi o Kabir che ha descritto, in una poesia, il suono del silenzio come lo scintillio di un milione di stelle. È stato chiamato la voce di Dio o il flauto di Krishna. O gli si può attribuire un nome più scientifico come la soglia dell’udibilità.
Quando lo prendiamo in considerazione in modo più poetico o in termini positivi, gli attribuiamo un significato, qualcosa di cui ricerchiamo la compagnia, qualcosa a cui diamo valore.
da "So che non so" del Ven. Ajahn Sumedho, © Ass. Santacittarama, 2010, discorso tenuto a Morlupo il 1 novembre 1999

[Ajahn Sumedho è nato a Seattle, USA, nel 1934. Nel 1967 fu ordinato monaco a Nongkai, nel nord-est della Thailandia. Per dieci anni ha praticato con Ajahn Chah, maestro della tradizione della foresta, poi si è trasferito in Gran Bretagna, dove, nel 1979, fondò il monastero di Cittaviveka. Nel 1984 ha poi fondato il monastero di Amaravati, dove ha risieduto per 26 anni. Attualmente vive in Thailandia.]