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giovedì 29 marzo 2018

Sul tram delle illusioni perdute







Di ritorno dall’ufficio pensioni salgo sul tram, il numero 3: il consueto parlottìo di donne di servizio dall’est Europa, le letture di libri o di smartphone degli studenti de La Sapienza, gruppetti di giovani cinesi e latini, le facce di anziani e di vecchi italiani.
Resto impressionato da alcune facce affaticate, consunte, voci flebili, occhi infossati, viso tirato, corpi prosciugati da tante illusioni andate in frantumi.
Il bilancio della vita sembra un tutto a perdere, ci si è affidati a illusioni, le abbiamo create a nostra immagine e somiglianza per far fronte a rovesci e sconfitte e per risalire la china dopo altre precedenti illusioni che si erano infrante e che ci avevano lasciato delusi. Arriva così il giorno in cui ci si ritrova senza più la voglia o l’energia di riprovare nè di capire. Talvolta ci si porta dentro un senso di delusione irredemibile così carico di angoscia e di confusione. Scopriamo che i nostri sogni non sono eterni. Lo sapevamo sì, ma intellettualmente - non l’avevamo ancora compreso davvero. Credevamo che i pupazzi di neve che plasmavamo durassero per sempre…
Nel buio di tale condizione l’esserne consapevoli non pare dare sollievo.
A che serve? - può venir fatto di chiedersi, di interrogare. L’essere umano confuso dalla sofferenza e dalla delusione può trovare rifugio nella consapevolezza della sua misera sorte? Non sarebbe meglio cercare uno sfogo nei piaceri, nell’ebbrezza, nell’oblìo?
Queste domande possono suonare inutili o provocatorie, ma sono per certi versi necessarie e salutari.
Se non le ascoltiamo rischiamo di nascondere a noi stessi che illudendoci di scampare alla sorte comune a tutti gli esseri umani, grazie al supposto speciale valore di nostri progetti o pensieri, stiamo andando incontro all’ennesima delusione. L’illusione di una presunta salvifica distinzione deve essere svelata dalla realizzazione della nostra comune umanità, del nostro non essere superiori, o a parte, rispetto agli altri esseri umani -solo questa realizzazione può aprire la strada alla compassione verso tutti, me compreso, ogni essere vivente incluso. L'attenzione, che Malebranche definisce "la preghiera naturale dell'anima", non deve essere menomata e avvilita dal giudicare questo o quello, ma allargarsi in una disposizione di benevolenza e apertura. Allora la consapevolezza non sarà quella fredda e amara medicina che va presa per difendersi dalla realtà così com’è, ma accompagnandosi a una pratica che non mi isoli dagli altri, apra il mio cuore a vivere il momento presente con amorevole gentilezza e con fiducia.










martedì 26 dicembre 2017

La tua candela si è spenta, fratello






Achaan Chah, uno dei più noti tra i maestri della tradizione della foresta, in Thailandia, ha detto: “La rabbia è facile da vedere, e l’avidità è più sottile, ma la delusione è la più difficile. Tutti gli stati mentali che l’accompagnano offuscano e confondono. Basatevi sulla vostra esperienza, non su pensieri confusi. Imparate la differenza.”
E' vero: quando brancoliamo e ci muoviamo a tentoni, i nostri passi, gesti e pensieri parlano della delusione e della confusione in cui siamo persi.

Una storia zen mi ricorda che solo mantenendo accesa la luce della nostra esperienza possiamo evitare di essere travolti via, ma non è cosa facile.

Nei tempi remoti, in Giappone, si usavano lanterne di carta e di bambù, con le candele dentro. Una notte, a un cieco che era andato a trovarlo, un tale offrì una lanterna da portarsi a casa.
«A me non serve una lanterna» disse il cieco. «Buio o luce sono per me la stessa cosa». «Lo so che per trovare la strada a te non serve una lanterna,» rispose l’altro «ma se non l’hai, qualcuno può venirti addosso. Perciò devi prenderla».
Il cieco se ne andò con la lanterna, ma non era andato molto lontano quando si sentì urtare con violenza. «Guarda dove vai!» esclamò il cieco allo sconosciuto. «Non vedi questa lanterna?».
«La tua candela si è spenta, fratello» rispose lo sconosciuto.
da 101 storie zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi

Dovremmo riuscire a fare attenzione a tutte le volte in cui la nostra candela si è spenta ma noi siamo spesso saldamente radicati nella convinzione che siano gli altri a non vederci, a non vedere la nostra lanterna che non manda più luce. e continuiamo imperterriti a brancolare nel buio.





domenica 28 febbraio 2016

Primavera





Benché stia nevicando senza posa
all’entrata della valle montana
l’usignolo (uguisu) canta
“La primavera è già arrivata”


Questo waka di Dōgen è ambientato all’inizio di primavera a Eiheiji, “quando è ancora freddo, cupo e nevica”.
“Dopo un lungo inverno -commenta Shōhaku Okumura- la gente anela alla primavera. All’improvviso un usignolo comincia a cantare, annunciando che la primavera è qui. Questo uccellino è l’unico segno di primavera nel mondo. Tuttavia pur nello scenario invernale, la primavera è già qui.
Sawaki rōshi ha interpretato la poesia come una metafora dell’insegnamento di Dōgen Zenji dell’unità di pratica e realizzazione, di samsāra e nirvāna. Dentro l’inverno, la primavera già esiste. Dentro la primavera, l’inverno resta. Primavera e inverno pervadono l’un l’altro. Questo è il modo in cui pratichiamo da bodhisattva. Anche quando destiamo la bodhicitta (mente del risveglio) e pratichiamo il buddha-dharma, siamo pur sempre ordinari esseri umani con egocentrismi e delusioni. Tuttavia nella nostra pratica degli insegnamenti del Buddha, il corpo di Dharma del Buddha si manifesta. La nostra pratica qui e ora è il canto dell’usignolo.”

da Zen of Four Seasons: Dogen Zenji’s Waka, traduzioni dal giapponese in inglese e commenti di Shōhaku Okumura







venerdì 18 settembre 2015

Attraversamento di confini





L’attraversamento di confini interni segnalato da una battuta giocosa o ironica, un motto di spirito, un sorriso, un’espressione o un comportamento inaspettato, in primo luogo per il suo autore, è sempre liberatorio e salutare perché implica la "sconnivenza" pacifica e non violenta delle regole del gioco auto-imposto, per convinzione, per assuefazione o per comodità: inclinazioni che hanno spesso a che fare con l’avidità, la rabbia, specie soppressa, e la delusione.