Talvolta la rabbia mi prende e mi porta via. Oppure, per sfuggirle mi annullo.
Mi ha aiutato la storia del serpente, in particolare quella frase del Buddha: "Io ti ho detto di non uccidere, ma non di lasciarti fare a pezzi senza neanche mostrare i denti!" Proprio perchè è il contrario di un invito all'inazione, o al prendere alla lettera le indicazioni di qualcun altro. Secondo me è un'esortazione a "liberarci dal conosciuto", dalle nostre ossessioni e dalle credenze che ci rendono impotenti.
Oggi finalmente ho risposto alle angherie di una persona che si diverte a perseguitarmi e a ferirmi. Non pensavo di riuscirci, e invece ce l'ho fatta, non mi sono lasciata prendere dalla rabbia che poi mi offusca la mente. A volte mi capita di non avere "mezze misure": o sono dominata dalla rabbia o sopprimo le mie emozioni e le mie energie.
Mi rendo conto che è una difesa, forse ho paura della reazione di chi mi sta di fronte, che sia una persona a me cara, o una persona che sto conoscendo, e per questo a volte penso di essere nel torto, di essere troppo intollerante o irruenta e mi lascio invadere dai sensi di colpa.
Troppo facilmente sono travolta dagli eventi, ho paura di reagire in maniera eccessiva o di starci male...
Rifletto sulle vie di fuga, che a volte intraprendo, poi ritorno a casa, al "centro"...
E' un fluire di sensazioni, percezioni, emozioni, a volte sento le vibrazioni negative che mi circondano e lascio che mi attraversino... Mi sveglio di notte sentendomene assalita... Mi dico che è così, queste sensazioni spariranno, lasceranno il posto ad altre, piacevoli, spiacevoli..
E' un continuo fluire..
mercoledì 6 marzo 2013
domenica 3 marzo 2013
Sirene
ma il cuore non molla
non ci vuole stare
non ne vuole sapere
così salpiamo per nuove
conquiste e all’alba
incontriamo le sirene
che scambiano il veleno
con il miele perché questo
è nella vita del mare
il loro mestiere
da Mutuazioni e sconnivenze di Michele Colafato, Il Labirinto 2005
giovedì 28 febbraio 2013
Lettera all'orgoglio ferito
Dici che vuoi essere solo quello che sei,
e che sei stanco di guru e di libri di religione, etica, psicologia… Ma che colpa hanno i guru
e i libri? Ti sei rivolto ad essi perché eri condizionato
a farlo e ora sei deluso perché non hai trovato la liberazione che cercavi.
Infatti il tuo è un grido di esasperazione o di disperazione. Nessun guru,
nessun libro, può fare il lavoro che spetta a te.
Dici di voler essere soltanto quello che sei,
ma devi cominciare a comprendere che tu non sai quello che sei.
Per ora sei soltanto la voce di stati
d’animo, di stati mentali, che incarni talvolta con molto entusiasmo e passione ma
essi sono te, tu non sei, sei trasportato di qua e di là, dal loro
accavallarsi, impennarsi, dilagare, come fai a sapere di essere qualcuno o
qualcosa se sei in balìa, se non conosci quello che sta per capitarti?
Quando dici di voler
essere soltanto quello che sei, non stai mostrando nessuna pazienza,
fiducia, intenzione simpatetica verso le tue potenzialità. Non vuoi star
bene, essere saggio, felice, non vuoi altro che morire, davvero, in
quello e con quello che sei già stato.
Ascolta la voce che
parla a tuo nome, il suo tono insofferente e aggressivo e nello stesso tempo
querulo, il suo acuto stridente e intriso di dolore, fai attenzione alle
sensazioni che provi nel corpo. Di chi è questa voce, di chi le contrazioni
fisiche che si accompagnano ad essa?
Fai lo sforzo, il
giusto sforzo, di lasciare andare la voce che afferma ‘non ne posso più’ e non
eleggerla a ‘mia voce’ o ‘mio portavoce’.
Puoi permetterti di non
sentire in termini di ‘io non mi merito questo’?
‘Non ho fatto tutto quello
che ho fatto per arrivare a questo, per ridurmi a questo, per essere trattato
così?’
Eppure se non lo fai, stai evitando di curare la tua ferita, stai preparando un
futuro di altre ferite e di altra sofferenza.
domenica 24 febbraio 2013
Hell it's not punishment, it's training
L'inferno non è punizione, è addestramento
“One day after lecture a student sitting on a zafu on the carpet asked, “What is hell?”
“Hell is having to read aloud in English,”
Suzuki answered.
After the laughter subsided, the student
persevered and Suzuki said, “Hell is not punishment, it’s training.”
from David Chadwick, Crooked Cucumber.The Life and Zen Teachings of Shunryu Suzuki
venerdì 22 febbraio 2013
Il paradiso
"Ci sono due peccati capitali dell'uomo, da cui derivano tutti gli altri: impazienza e inerzia.
A causa dell'impazienza sono stati cacciati dal paradiso, a causa dell'inerzia non vi tornano.
Forse però c'è solo un peccato capitale: l'impazienza.
A causa dell'impazienza sono stati cacciati, a causa dell'impazienza non tornano."
Franz Kafka, Aforismi di Zürau, a cura di Roberto Calasso, Adelphi, 2004
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martedì 19 febbraio 2013
Dialogo sulla paura
Sono chiusa in una stanza con la
paura.
Leggi: mi sono chiusa in una stanza
con la paura. Ma non puoi tenere la porta o la
finestra aperta?Anch'io in questo momento ho paura e
il canto di un passero mi dà coraggio, non sono solo in un mondo
vuoto, e il mondo non è la mia paura... Perché ti chiudi in una stanza con
la paura?
Ieri ho sopportato due attacchi di panico in due ore, una
delle quali passata in una farmacia stesa su una poltrona per
calmarmi. E’ stato orrendo persino per me che sono abbastanza allenata. Non
sono riuscita a mettere in campo gli strumenti
abili per calmarmi.
Quali strumenti? Forse non erano
abili se non potevano essere usati in quel momento.
Ma poi mi sono calmata un po’, per merito delle dottoresse che mi hanno
accolto con umanità, professionalità e senza giudizio, lasciandomi lo spazio di
superare la crisi da sola, offrendomi la loro presenza. Mi conoscono da un po',
nell'ultimo anno non ci ero più quasi passata, segno positivo. E invece ieri
BOOM esplosione! Oggi abbattimento e depressione post attacco. Tipica, un po’ è
dovuta alla paura che la grande paura possa riafferrarmi, e un po’ perché sono
sfiduciata, perché ogni attacco forte significa non esser ancora guarita. Ambivalenza
della guarigione -lo so che questi attacchi possono essere benissimo l'ostacolo che metto fra me e la liberazione.
Forse sì forse no, non lo sappiamo, non
è sicuro, non è detto che le ipotesi che sembrano intelligenti siano quelle
azzeccate...
Ciononostante, questa consapevolezza non basta a farli cessare.
La consapevolezza non è un’ipotesi. E non riguarda l'interpretazione della paura, è essa stessa nient'altro che ricevere, testimoniare, stare con la paura. Non però trattenerla.
La dottoressa dice di avere pazienza, e io ci provo. Ieri è passato, e non sono morta, ciò mi dovrebbe dare fiducia e rendermi meno vulnerabile, comprendo che questi stati, per quanto orribili possano essere, si sgonfiano ad un certo punto da soli, e lo fanno quando si molla la presa, quando si è pronti anche a morire…
Mollare la presa, ma mollarla
davvero, proprio quando mollare la presa fa paura, fa temere la morte.. E poi
si scopre che non muoriamo...
…perchè non ce la si fa più a tenere il fisico sotto una pressione assurda.
All'improvviso abbandonare la lotta equivale a ritornare sulla terra, tornare a
respirare e a muoversi liberamente.
La confusione mentale sparisce e gli alberi, il cielo e le persone ritornano ad essere quello che sono, non cose strane che mi urtano dentro e che mi fanno chiudere gli occhi perché non ce la faccio a sopportarli. So di non dirti niente di nuovo. Ma c’è altro: a farmi più paura di tutto è il senso di solitudine. Ho paura a stare da sola con la mia paura, è per questo che cerco sempre di condividerla, di parlarne, di cercare pareri. Ma da un po' di tempo mi sono resa conto che questi sono palliativi, o meglio hanno già sortito i loro effetti positivi e ora non aggiungono niente, semmai tolgono molto. Mi tolgono la fiducia in me stessa, mi fanno apparire debole agli occhi degli altri, e rendono me stessa identificata con questi stati mentali. Tutto questo per la paura di restare da sola nella stanza con la mia paura e con la mia depressione.
La confusione mentale sparisce e gli alberi, il cielo e le persone ritornano ad essere quello che sono, non cose strane che mi urtano dentro e che mi fanno chiudere gli occhi perché non ce la faccio a sopportarli. So di non dirti niente di nuovo. Ma c’è altro: a farmi più paura di tutto è il senso di solitudine. Ho paura a stare da sola con la mia paura, è per questo che cerco sempre di condividerla, di parlarne, di cercare pareri. Ma da un po' di tempo mi sono resa conto che questi sono palliativi, o meglio hanno già sortito i loro effetti positivi e ora non aggiungono niente, semmai tolgono molto. Mi tolgono la fiducia in me stessa, mi fanno apparire debole agli occhi degli altri, e rendono me stessa identificata con questi stati mentali. Tutto questo per la paura di restare da sola nella stanza con la mia paura e con la mia depressione.
I palliativi fanno parte della
paura: invece, le dottoresse che invitano alla pazienza, no.
Io non voglio passare tutta la mia vita così, non
ce la posso fare, sono sfinita.
Nessuno ha parlato di 'tutta la vita',
e poi non sappiamo quanto lunga sarà la nostra vita, e può darsi che proprio
lasciare andare davvero questa paura sia il compito, del resto prezioso, di
tutta una vita..
Sono anni che lotto strenuamente, che mi impegno a condurre un lavoro che dovrebbe portarmi a vivere una vita migliore. Eppure ci sono ancora giornate come ieri, ed è inutile nascondere il mio sconforto: mi sento punto e a capo.
Non mi sembra tu apprezzi abbastanza l'importanza di liberarti dalla
paura! Pensa a quelli che passano la vita a creare e diffondere la paura..
Oggi ho meditato e ho visualizzato la mia paura, me stessa e la stanza. A volte si acquatta in un angolo lei, a volte io, a volte siamo di fronte e quasi sempre ha la meglio lei.
Più che meditazione mi sembra un giocare
a nascondino o acchiapparella: altro che lasciarla andare... Magari se ne
andrebbe pure ma tu fai di tutto per trattenerla…
Mi è sembrato che non ho scampo, che è necessario che quando si presenta io
resti da sola con la paura, che non cerchi consolazioni o vie di uscita. Questo
smentisce subito tutto, ma ho bisogno di sapere se è una via giusta da
percorrere, se ce la posso fare a restare da sola con questa immensa paura. Vorrei che mi abbandonasse, ma sembra che sia
io a dover abbandonare lei.
Proprio così! Non ti abbandonerà se
non hai pazienza, se la trattieni quando sta per andarsene, se sei ancora in cerca di
palliativi, se non sai ancora come fare per lasciarla andare... E in special
modo se coltivi attaccamento alle sensazioni che ti regala la sua presenza.
Devi essere tu ad abbandonare lei, a restare nel tuo territorio, a non
allontanartene, e per questo occorre pazienza e ancora pratica.
domenica 17 febbraio 2013
The Ferry Boat
In December 1993, I embarked on a month-long journey through India; a
period which turned out to be both inspiring and auspicious. It was
then I gained confidence in the fact that I could write poetry - a discovery not completely unexpected,
especially as the poems were in English. I later translated some of the poems
into Italian and they were published in my first book of poetry, Mutuazioni
e sconnivenze: Orpheus, Dhrupad, A lie, The Same Band, The Gardener, and also
the The Ferry Boat, reproduced below, and posted on this same blog a few days ago
in its Italian translation, Il traghetto. Instead, other poems like
Tiruvannamalai, Mamallapuram, Old Friends, were not translated at that
time.
I have since come to believe that the deepest wells of the unconscious were
then unavailable to me in Italian. I had practiced English intensively in the
Eighties while living in San Francisco and had, once back in Italy, what in a previous poem, "In a Foreign Language", I came to
recognize as my first taste of "pure water and stone". And now, in India, the
practice of meditation - inside the room where Ramana Maharshi had passed
away, in the ashram at the feet of the sacred mountain Arunachala, where the
great sage had lived - softened and replenished my spirit. Throughout the Indian
journey, words arose easily and
comfortably, pointing with clarity to obscure and remote conditionings of body
and mind - and they were once again English words, words uttered in a "foreign language".
"The Ferry Boat" was written in a house with a green lawn in Jor Bagh, New Delhi, home
to Maurizia, where dhrupad masters, like Fariddudin Dagar, and musicians
and dancers such as Buddhadheb Chattopadaya would gather and play together.
Outside, the road opened up in a circle around a big tree under whose shadow a
group of young women ironed shirts and trousers from dawn to sunset when, in the
incoming darkness, they slid away.
The Ferry Boat
Without breaking a wave
No hiss or noise
While in deep sleep plunged
One still feels yards of water
above the breast
Comes the Ferry Boat
of dawn
Awaken - in the silence
distinctively one guesses the kiss
reluctant flung to the pier
Awaken - one sifts through the sleep
the small seeds of change
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