giovedì 18 aprile 2013

La tortora e il siliquastro





Lungo la via di San Gregorio al Celio, dietro la grande cancellata che s’apre al Palatino, nei giorni di primavera piange lacrime di sangue un albero antico che non ti aspetteresti di vedere lì dov'è e per questo puoi finire per non vederlo. 
Egli è noto ai botanici come il Siliquastro e tra il popolo di Roma l'ho sentito chiamare Re degli alberi di Giuda.
E benché pianga, fiorendo, la sua vista che ravviva le pendici del colle, mette allegria, non tristezza, e meraviglia chi viene ad ammirarlo da paesi lontani.
 
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La tortora e il siliquastro 
 
L’albero magico che rallegra il Palatino
fiorisce nelle rughe e sul tronco a primavera
le bocche di leone ruggiscono
tra le crepe del muro e il ciuffo di ciclamini viola
si offre al sole. La porta dove bussavi
è stata sempre aperta e la tortora
rimanda il richiamo: ho imparato
ho imparato, anch’io che mi ripeto
qualcosa ho imparato
 
da Tieni aperto, di Michele Colafato, Il Labirinto 2012
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

lunedì 15 aprile 2013

Mi piace, non mi piace






 

E’ inutile dire quanto la consapevolezza, l’attenzione non giudicante, applicata alle sensazioni, sia trasformante. Riflettiamo un momento. Nella nostra giornata, in un’ora, o in cinque minuti della nostra esistenza, quanti «mi piace» e «non mi piace» sbocciano? Tanti. A volte sono grossi, forti e sonori; altre volte, piccoli; altre volte ancora, piccolissimi; ma è un continuo. La nostra sensibilità, variamente condizionata, passa in continuazione da «mi piace, mi piace, mi piace» a «non mi piace, non mi piace, non mi piace». Questa forma di sensibilità ha una sua utilità pratica, ma che cosa succede se sviluppiamo una certa misura di consapevolezza di questo nostro essere soggetti alle reazioni piacevole-spiacevole, mi piace-non mi piace? Inizia chiaramente a introdursi un elemento di libertà che, se invece siamo all’oscuro, se non siamo nella luce della consapevolezza, non può esserci. Ma se vediamo più da vicino quanto siamo governati da questa sequenza infinita di mi piace-non mi piace, acquisiamo un elemento di estremo valore per la nostra purificazione mentale, e dunque per la nostra trasformazione.”

da Attenzione saggia, attenzione non saggia, di Corrado Pensa, Magnanelli
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

sabato 13 aprile 2013

La lettera della tazza di tè


 

 

Tornando a casa ho lasciato che le parole del medico –“ansia”, “stress”, “nervosismo”- si depositassero. Dovrei saperlo da me, l’intestino, lo stomaco, reagiscono direttamente alla sofferenza mentale, la raccolgono, eppure..

Mi ha preso di sorpresa, e lì per lì mi sono difeso, ho risposto "non saprei", e adesso sono sorpreso della mia sorpresa -basta solo voler vedere, per sapere.

Invecchiare, sentirsi non abile a fare qualcosa, non potere fare qualcosa che prima si dava per scontato, non potere dare per scontato questo o quello, ammalarsi più spesso, malattie di stagione e non, l’inverno, temere il freddo, la pioggia, e subito dopo il caldo torrido, avviarsi al tramonto senza sole, un viale tutt’altro che trionfale, sentirsi debole, vulnerabile, la memoria che dimentica, fili di paranoia che ti allacciano..

Eppure c'è il sollievo, sempre disponibile, che sta nel risvegliarsi alla sequenza di evidenze e resistenze, nell'esserne consapevoli, vedere, toccare, tornando a casa versarsi dal thermos del tè caldo, tenere la tazza tra le mani per riscaldarle e un sorso dopo l’altro avvertire un’onda benefica che accompagna in questa riflessione, e con essa si distende, e calma.




 

giovedì 11 aprile 2013

Itaca




Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti –finalmente, e con che gioia-
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca-
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Constantinos Kavafis (29 aprile 1863- 29 aprile 1933), Cinquantacinque Poesie, Einaudi







lunedì 8 aprile 2013

Giorno della Shoah e dell’Eroismo


 

 

“Morituri è il termine più indicato per descrivere il nostro stato d’animo. La maggioranza della popolazione è orientata verso la resistenza: ho l’impressione che la gente non andrà più allo sterminio come una massa di pecore. Vuol vendere la pelle a caro prezzo. Si scaglierà contro di loro armata di coltelli, di assi, di gas, di carbone. Non tollererà più gli sbarramenti. Non si lascerà più rastrellare per le strade, perché ormai sa che campo di lavoro significa campo di morte. Naturalmente resistenza ci sarà se ci sarà organizzazione...”.

Emanuel Ringelblum, Sepolti a Varsavia, Castelvecchi






domenica 7 aprile 2013

Dialogo del piccolo Io




 
Com’è invecchiare?
A seguito della coltivazione di abitudini e di pigrizie tendiamo a scivolare impercettibilmente verso una posizione in cui non vogliamo essere toccati da disturbi e fastidi e quando questo capita soffriamo dentro il nostro piccolo angusto e contratto Io. E’ la posizione in cui il piccolo Io è diventato “il Mio Tesoro”. Dovremmo invece dare il benvenuto a contrattempi e inconvenienti perché ci offrono l’occasione di risvegliarci.


Hai detto “il Mio Tesoro”: come l’anello magico in Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli?
Esattamente, e noi ne siamo prigionieri come Sméagol-Gollum.
Possiamo chiamare questo processo “invecchiamento”, e se pratichiamo l’attenzione testimoniamo che esso porta con sé la sofferenza dell’ammalarsi e del deteriorare mentalmente.

Come lo descriveresti?
Come un rinchiudersi graduale e senza ritorno dentro il guscio dell'Io-Mio Tesoro, dove nonostante tutte le difese siamo inesorabilmente raggiunti dalla sofferenza. E pateticamente questo rinchiudersi si accompagna allo stringersi e aggrapparsi a qualche nostro anello, ninnolo, medaglietta, mentale, gestuale, verbale, di cui non possiamo fare a meno.

E allora come ce la caviamo?
Quando realizziamo che siamo a questo punto non dobbiamo fare altro che arrenderci, aprire il guscio che ci stiamo autoconfezionando e aprirci, questa è la medicina.

“Arrenderci”??, che brutta parola!
Non attaccarti alla parole, già alla tua età.. Significa che ci arrendiamo all'evidenza. Alla verità dell'attenzione. Se smettiamo di indulgere nelle nostre carissime pigrizie e abitudini siamo colti da fastidio e irritazione. Allora non riprendiamo la strada dell’indulgenza ma riconosciamo chiaramente il fastidio e l’irritazione, li accogliamo, invece di dargli un calcio, e abbiamo la pazienza di osservare, ripetendo questa osservazione più e più volte, come declinano e scompaiono per lasciare spazio a un senso di liberazione e di energia risvegliata.

Davvero?
Provare per credere.







giovedì 4 aprile 2013

Lettera agli amici


 

La gioia più profonda nella vita dell’essere umano -alla portata dell’uomo comune, che non ha rango o ricchezze, quella gioia che non ne ha bisogno per essere perseguita e realizzata- sta nel conoscere se stesso, nel liberare se stesso dai propri attaccamenti e nel portare questa luce calda di conoscenza e di liberazione nelle relazioni con gli altri esseri viventi.

Tutto il resto viene dopo e può dare contentezza e soddisfazione, ma se non si accompagna al prima sarà meramente compensativo e destinato al tirare avanti.

Soltanto quella gioia può sostenere la gentilezza, la consapevolezza e la calma in tutte le circostanze, piacevoli e spiacevoli.