lunedì 4 giugno 2018

Valore della consapevolezza







Consapevolezza è dare importanza al qui e ora, è valorizzare il momento presente. Quando teniamo lo sguardo fisso sul passato o sul futuro viviamo sbadatamente, e non attribuiamo significato alla nostra presenza qui e ora. E spesso quel che si accompagna al vivere sbadatamente è una presenza caratterizzata da rinuncia e sfiducia, una presenza non presente. In questi casi basta poco, un’emozione che non piace, la sensazione di uno scarto, un errore di poco conto per proiettare un’ombra di pessimismo e di negatività su intere giornate.
Grazie alla pratica meditativa possiamo accogliere stati d’animo che non ci piacciono e invece di soccombere o identificarci con essi li lasciamo transitare e svanire accompagnandoli con una espirazione. Vediamo così la vita come qualcosa di molto meno solido e ci muoviamo con agilità al suo interno evitando di farci ipnotizzare dalla negatività e dalla sfiducia.
Capiamo che la consapevolezza è amica di uno sguardo spazioso che non solidifica in giudizi.

(Montali, ritiro meditativo 1-3 giugno 2018)







sabato 12 maggio 2018

Libertà di commettere errori






Gandhi disse: “Non vale la pena di avere la libertà se non include la libertà di commettere errori.” Non aver paura di commettere errori. Vai fuori. Prendi il volo. Anche se ti bruci, puoi cadere a terra e iniziare di nuovo. Il maestro Zen Dogen ridendo chiamò la vita “un errore continuo”. Sì, c’è la paura di apparire malconci, ma più tardi quando rivedrai la tua vita, vorresti esserti trattenuto? Probabilmente no.
Talvolta, limitiamo la nostra libertà perché pensiamo che ci travolgerà. O pensiamo di non meritarla. Oppure temiamo che il nostro ego ci porterà fuori strada... Vincoliamo noi stessi dall’essere “troppo liberi.”
Tutti incespicano. Nel ritmo ordinario di vita, vacilliamo e poi impariamo dalle nostre sofferenze. Talvolta ci preoccupiamo per la nostra tendenza ad andare oltre, a sognare piani inebrianti per noi stessi, visioni gonfiate del futuro. Altre volte ci sentiamo inadeguati o indegni. Riconosci queste paure con gentilezza. Ma non seguirne il consiglio. (...) Ascolta il tuo cuore, e consulta il tuo corpo e la tua testa. Poi, agisci, sperimenta, fai un passo, impara, scopri, cresci. Scopri la facilità del fare errori, fidarsi, fallire, lasciarti portar via da qualcosa più grande di te. (…)
In questo modo impari quella che è chiamata la libertà di imperfezione. Con questa libertà viene gioia, giocosità, perdono e compassione per te stesso e per gli altri. Puoi gioire anche degli errori; sono parte del gioco. Tutto quello che puoi fare è agire con le migliori intenzioni, riconoscendo che non puoi controllare i risultati. “Non sapere,” una famosa pratica Zen, esprime la verità della nostra incarnazione umana. Poi, agendo liberamente, cedi il controllo sul risultato e volentieri lancia il tuo spirito unico nel mistero.
da Freedom to Make Mistakes di Jack Kornfield












martedì 24 aprile 2018

Due voci, Sostanza e Vacuità (Sūnyatā)








Quello di sostanza (lat.substantia, gr.hypostasis, hypokeimenon, ousia) è di certo il concetto fondamentale del pensiero occidentale. In Aristotele designa ciò che è stabile in ogni cambiamento. La sostanza è costitutiva dell’unità e dell’identità dell’ente. Il verbo latino substare (letteralmente: stare sotto), da cui deriva substantia, significa anche “resistere”, “sostenere”. Stare viene inoltre usato nel senso di “ritenersi, affermarsi, tenere testa”. Nella sostanza è dunque insita l’attività del persistere e insistere. Essa è il medesimo, l’identico, che insistendo in se stesso si delimita rispetto ad altro e con ciò si afferma. Oltre a “fondamento” o “essenza”, hypostasis significa anche “resistenza” e “fermezza”. La sostanza sta, per così dire, fermamente in se stessa: in essa è inscritta la tensione verso se stessa, l’aspirazione a possedersi. Ousia, nell’uso corrente, vuol dire “patrimonio, possesso, proprietà, tenuta” o “proprietà fondiaria”. La parola greca stasis, poi, non significa solo “stare”, ma anche “rivolta, insurrezione, conflitto, discordia, contesa, inimicizia” e “partito”. Questo atrio linguistico del concetto di sostanza, di certo si basa su un movimento non pacifico o amichevole, lo prefigura in modo congeniale. La sostanza si basa su un movimento di separazione e distinzione; delimita una cosa dall’altra, mantiene ogni cosa nella sua identità con se stessa. La sostanza non è perciò concepita per l’apertura, bensì per la chiusura.

Sūnyatā (vacuità), il concetto centrale del buddhismo, rappresenta per molti aspetti il concetto opposto a quello di sostanza. La sostanza è per così dire piena: essa è ricolma di sé, del proprio (Eigen). Sūnyatā indica invece un movimento di es-propriazione (Ent-Eignung), ovvero svuota l’ente che si ostina in se stesso, che si irrigidisce in se stesso o in se stesso si chiude. Lo immerge in una apertura, in un’aperta vastità. Nel campo della vacuità nulla si condensa in una massiccia presenza. Nulla si basa esclusivamente su se stesso.

da Filosofia del buddhismo zen, di Byung-Chul Han, edizioni nottetempo










martedì 10 aprile 2018

Nella moltitudine







“Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi: di
ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finchè non si consuma.

Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.


Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.

Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato
Il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta
L’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.
Wisława Szymborska










giovedì 29 marzo 2018

Sul tram delle illusioni perdute







Di ritorno dall’ufficio pensioni salgo sul tram, il numero 3: il consueto parlottìo di donne di servizio dall’est Europa, le letture di libri o di smartphone degli studenti de La Sapienza, gruppetti di giovani cinesi e latini, le facce di anziani e di vecchi italiani.
Resto impressionato da alcune facce affaticate, consunte, voci flebili, occhi infossati, viso tirato, corpi prosciugati da tante illusioni andate in frantumi.
Il bilancio della vita sembra un tutto a perdere, ci si è affidati a illusioni, le abbiamo create a nostra immagine e somiglianza per far fronte a rovesci e sconfitte e per risalire la china dopo altre precedenti illusioni che si erano infrante e che ci avevano lasciato delusi. Arriva così il giorno in cui ci si ritrova senza più la voglia o l’energia di riprovare nè di capire. Talvolta ci si porta dentro un senso di delusione irredemibile così carico di angoscia e di confusione. Scopriamo che i nostri sogni non sono eterni. Lo sapevamo sì, ma intellettualmente - non l’avevamo ancora compreso davvero. Credevamo che i pupazzi di neve che plasmavamo durassero per sempre…
Nel buio di tale condizione l’esserne consapevoli non pare dare sollievo.
A che serve? - può venir fatto di chiedersi, di interrogare. L’essere umano confuso dalla sofferenza e dalla delusione può trovare rifugio nella consapevolezza della sua misera sorte? Non sarebbe meglio cercare uno sfogo nei piaceri, nell’ebbrezza, nell’oblìo?
Queste domande possono suonare inutili o provocatorie, ma sono per certi versi necessarie e salutari.
Se non le ascoltiamo rischiamo di nascondere a noi stessi che illudendoci di scampare alla sorte comune a tutti gli esseri umani, grazie al supposto speciale valore di nostri progetti o pensieri, stiamo andando incontro all’ennesima delusione. L’illusione di una presunta salvifica distinzione deve essere svelata dalla realizzazione della nostra comune umanità, del nostro non essere superiori, o a parte, rispetto agli altri esseri umani -solo questa realizzazione può aprire la strada alla compassione verso tutti, me compreso, ogni essere vivente incluso. L'attenzione, che Malebranche definisce "la preghiera naturale dell'anima", non deve essere menomata e avvilita dal giudicare questo o quello, ma allargarsi in una disposizione di benevolenza e apertura. Allora la consapevolezza non sarà quella fredda e amara medicina che va presa per difendersi dalla realtà così com’è, ma accompagnandosi a una pratica che non mi isoli dagli altri, apra il mio cuore a vivere il momento presente con amorevole gentilezza e con fiducia.










domenica 11 marzo 2018

11 marzo 2011-11 marzo 2018




La luna, le nuvole, la neve, la fioritura

  
Con il discorso di accettazione del Nobel per la letteratura nel 1968 Yasunari Kawabata apre il suo cuore al mondo spiegando quale significato abbia per la cultura giapponese la compagnia e la voce di alcuni monaci-poeti.  
Tra questi c'è Myōe di cui riporta tre poemi sulla luna d’inverno e il resoconto dettagliato della loro origine: «Nella notte del dodicesimo giorno del dodicesimo mese dell’anno 1224, la luna era dietro le nubi. Io sedevo in meditazione Zen nella sala Kakyū. Quando scoccò la mezzanotte terminai la meditazione e discesi dalla sala ai quartieri inferiori, nel mentre la luna uscì dalle nuvole e fece brillare la neve. La luna mi era compagna, e neppure il lupo che ululava nella valle faceva paura. Nel momento in cui venni via dai quartieri bassi, di nuovo la luna era dietro le nubi. Non appena la campana segnalò la vigilia di tarda notte, salii ancora una volta ai quartieri alti, e la luna mi vide per strada. Entrai nella sala di meditazione, e la luna, scacciando via le nuvole, era sul punto di tramontare dietro la vetta lontana, e mi sembrava che mi tenesse segreta compagnia.»
Ecco ora la prima delle tre poesie:

Luna d’inverno, che vieni
Dalle nuvole a tenermi compagnia,
E’ tagliente il vento, fredda la neve?

Kawabata dice di averla scelta “per la sua straordinaria gentilezza e compassione. Luna invernale, che vai dietro le nuvole e poi ne esci, facendo brillare le mie orme mentre raggiungo la sala di meditazione e ne scendo di nuovo, così che non ho paura dei lupi: il vento non affonda dentro di te, e la neve, non hai freddo? La considera una poesia che ha in sé la profonda quiete dello spirito giapponese” e  aggiunge: “la neve, la luna, la fioritura, parole che esprimono le stagioni nel mentre che muovono l’una nell’altra, includono nella tradizione giapponese la bellezza di montagne e fiumi ed erba e alberi, della miriade di manifestazioni della natura, e anche dei sentimenti umani.” 

La seconda poesia “fu composta da Myōe entrato nella sala di meditazione dopo aver guardato la luna discendere verso la montagna”:

Andrò dietro la montagna.
Ci andrò anch’io, luna.
Notte dopo notte ci faremo l’un
l’altro compagnia.

E la terza, preceduta da queste parole dello stesso Myōe: «Aprendo gli occhi dalla meditazione vidi la luna nell’alba, che illuminava la finestra. Nell’oscurità, sentii come se proprio il mio cuore risplendesse di luce che sembrava fosse la luce della luna»:

Il mio cuore risplende, pura espansione
di luce;
e senza dubbio la luna penserà
che questa luce sia la sua.


L'anniversario del disastro di Fukushima mi riporta alla mente i poeti scelti da Kawabata: MyōeDōgen, Ikkyū. 
Mi ricorda Ryōkan (vedi il post del 21/06/2014) che "praticava la letteratura e la fiducia nello spirito benigno riassunto nella frase buddista “un viso sorridente e parole gentili” e sperava che dopo la sua morte la natura restasse bella.”  

Che la natura resti bella è stata, dopo Fukushima, e rimane oggi, una speranza grande e difficile. Una speranza che trae la sua forza dall'essere condivisa e ispirata da una compassione con mille facce e braccia come Kannon nel Sanjusangendo a Kyoto: i tanti ragazzi accorsi da lontano per prestare soccorso, i residenti rimasti sempre accanto ai loro amici non umani o ritornati per contribuire alla rinascita di luoghi e istanze di comunità, i volontari organizzati in squadre devote al salvataggio di persone anziane o disabili, i molti che hanno fatto tutto il possibile per recuperare le vittime da sotto le macerie o per svolgere con pazienza straordinaria la selezione e la raccolta di materiale contaminato e mille altre attività di ricucitura e di cura della grande ferita dell'11 marzo 2011.  












venerdì 23 febbraio 2018

Non avere paura







Diceva Rabbì Nachman di Brezlaw (1772-1810): “Tutto il mondo è un ponte stretto e la cosa più importante è non aver paura, non aver affatto paura”.