martedì 10 aprile 2018

Nella moltitudine







“Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi: di
ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finchè non si consuma.

Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.


Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.

Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato
Il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta
L’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.
Wisława Szymborska










giovedì 29 marzo 2018

Sul tram delle illusioni perdute







Di ritorno dall’ufficio pensioni salgo sul tram, il numero 3: il consueto parlottìo di donne di servizio dall’est Europa, le letture di libri o di smartphone degli studenti de La Sapienza, gruppetti di giovani cinesi e latini, le facce di anziani e di vecchi italiani.
Resto impressionato da alcune facce affaticate, consunte, voci flebili, occhi infossati, viso tirato, corpi prosciugati da tante illusioni andate in frantumi.
Il bilancio della vita sembra un tutto a perdere, ci si è affidati a illusioni, le abbiamo create a nostra immagine e somiglianza per far fronte a rovesci e sconfitte e per risalire la china dopo altre precedenti illusioni che si erano infrante e che ci avevano lasciato delusi. Arriva così il giorno in cui ci si ritrova senza più la voglia o l’energia di riprovare nè di capire. Talvolta ci si porta dentro un senso di delusione irredemibile così carico di angoscia e di confusione. Scopriamo che i nostri sogni non sono eterni. Lo sapevamo sì, ma intellettualmente - non l’avevamo ancora compreso davvero. Credevamo che i pupazzi di neve che plasmavamo durassero per sempre…
Nel buio di tale condizione l’esserne consapevoli non pare dare sollievo.
A che serve? - può venir fatto di chiedersi, di interrogare. L’essere umano confuso dalla sofferenza e dalla delusione può trovare rifugio nella consapevolezza della sua misera sorte? Non sarebbe meglio cercare uno sfogo nei piaceri, nell’ebbrezza, nell’oblìo?
Queste domande possono suonare inutili o provocatorie, ma sono per certi versi necessarie e salutari.
Se non le ascoltiamo rischiamo di nascondere a noi stessi che illudendoci di scampare alla sorte comune a tutti gli esseri umani, grazie al supposto speciale valore di nostri progetti o pensieri, stiamo andando incontro all’ennesima delusione. L’illusione di una presunta salvifica distinzione deve essere svelata dalla realizzazione della nostra comune umanità, del nostro non essere superiori, o a parte, rispetto agli altri esseri umani -solo questa realizzazione può aprire la strada alla compassione verso tutti, me compreso, ogni essere vivente incluso. L'attenzione, che Malebranche definisce "la preghiera naturale dell'anima", non deve essere menomata e avvilita dal giudicare questo o quello, ma allargarsi in una disposizione di benevolenza e apertura. Allora la consapevolezza non sarà quella fredda e amara medicina che va presa per difendersi dalla realtà così com’è, ma accompagnandosi a una pratica che non mi isoli dagli altri, apra il mio cuore a vivere il momento presente con amorevole gentilezza e con fiducia.










domenica 11 marzo 2018

11 marzo 2011-11 marzo 2018




La luna, le nuvole, la neve, la fioritura

  
Con il discorso di accettazione del Nobel per la letteratura nel 1968 Yasunari Kawabata apre il suo cuore al mondo spiegando quale significato abbia per la cultura giapponese la compagnia e la voce di alcuni monaci-poeti.  
Tra questi c'è Myōe di cui riporta tre poemi sulla luna d’inverno e il resoconto dettagliato della loro origine: «Nella notte del dodicesimo giorno del dodicesimo mese dell’anno 1224, la luna era dietro le nubi. Io sedevo in meditazione Zen nella sala Kakyū. Quando scoccò la mezzanotte terminai la meditazione e discesi dalla sala ai quartieri inferiori, nel mentre la luna uscì dalle nuvole e fece brillare la neve. La luna mi era compagna, e neppure il lupo che ululava nella valle faceva paura. Nel momento in cui venni via dai quartieri bassi, di nuovo la luna era dietro le nubi. Non appena la campana segnalò la vigilia di tarda notte, salii ancora una volta ai quartieri alti, e la luna mi vide per strada. Entrai nella sala di meditazione, e la luna, scacciando via le nuvole, era sul punto di tramontare dietro la vetta lontana, e mi sembrava che mi tenesse segreta compagnia.»
Ecco ora la prima delle tre poesie:

Luna d’inverno, che vieni
Dalle nuvole a tenermi compagnia,
E’ tagliente il vento, fredda la neve?

Kawabata dice di averla scelta “per la sua straordinaria gentilezza e compassione. Luna invernale, che vai dietro le nuvole e poi ne esci, facendo brillare le mie orme mentre raggiungo la sala di meditazione e ne scendo di nuovo, così che non ho paura dei lupi: il vento non affonda dentro di te, e la neve, non hai freddo? La considera una poesia che ha in sé la profonda quiete dello spirito giapponese” e  aggiunge: “la neve, la luna, la fioritura, parole che esprimono le stagioni nel mentre che muovono l’una nell’altra, includono nella tradizione giapponese la bellezza di montagne e fiumi ed erba e alberi, della miriade di manifestazioni della natura, e anche dei sentimenti umani.” 

La seconda poesia “fu composta da Myōe entrato nella sala di meditazione dopo aver guardato la luna discendere verso la montagna”:

Andrò dietro la montagna.
Ci andrò anch’io, luna.
Notte dopo notte ci faremo l’un
l’altro compagnia.

E la terza, preceduta da queste parole dello stesso Myōe: «Aprendo gli occhi dalla meditazione vidi la luna nell’alba, che illuminava la finestra. Nell’oscurità, sentii come se proprio il mio cuore risplendesse di luce che sembrava fosse la luce della luna»:

Il mio cuore risplende, pura espansione
di luce;
e senza dubbio la luna penserà
che questa luce sia la sua.


L'anniversario del disastro di Fukushima mi riporta alla mente i poeti scelti da Kawabata: MyōeDōgen, Ikkyū. 
Mi ricorda Ryōkan (vedi il post del 21/06/2014) che "praticava la letteratura e la fiducia nello spirito benigno riassunto nella frase buddista “un viso sorridente e parole gentili” e sperava che dopo la sua morte la natura restasse bella.”  

Che la natura resti bella è stata, dopo Fukushima, e rimane oggi, una speranza grande e difficile. Una speranza che trae la sua forza dall'essere condivisa e ispirata da una compassione con mille facce e braccia come Kannon nel Sanjusangendo a Kyoto: i tanti ragazzi accorsi da lontano per prestare soccorso, i residenti rimasti sempre accanto ai loro amici non umani o ritornati per contribuire alla rinascita di luoghi e istanze di comunità, i volontari organizzati in squadre devote al salvataggio di persone anziane o disabili, i molti che hanno fatto tutto il possibile per recuperare le vittime da sotto le macerie o per svolgere con pazienza straordinaria la selezione e la raccolta di materiale contaminato e mille altre attività di ricucitura e di cura della grande ferita dell'11 marzo 2011.  












venerdì 23 febbraio 2018

Non avere paura







Diceva Rabbì Nachman di Brezlaw (1772-1810): “Tutto il mondo è un ponte stretto e la cosa più importante è non aver paura, non aver affatto paura”.












lunedì 19 febbraio 2018

Vita di famiglia







La vita di famiglia offre mille occasioni di pratica. Qualcuno è triste, qualcuno è scontento perché ritiene di aver subìto un torto a scuola, qualcuno si sente ingiustamente preso di mira dalla cattiva volontà degli altri o dalla cattiva sorte e spesso tutti ritengono che dipenda naturalmente da loro (gli altri, il mondo) cambiare atteggiamento e comportamento. Controproducente sdrammatizzare con chi si sente perseguitato. Inutile far presente che sarà oltremodo difficile trovare giustizia se si è arrabbiati. Talvolta offrire il proprio ascolto alle lagnanze e rimostranze di figli, fratelli, coniugi, parenti è oltremodo rischioso perché se non si è fino in fondo animati da pazienza e compassione possiamo finire risucchiati nel malumore diffuso e gettare sul piatto della bilancia anche il nostro carico di scontentezza.

Ascoltare è un bel dono ma –diceva Suzuki roshi- succede che senza neppure accorgercene smetto di ascoltare non appena chi parla cessa di essere d’accordo con me. E rieccomi allora, ancora una volta, alle prese con l’io, che con uno scatto veloce o una manovra avvolgente ha riconquistato il centro della scena, con tutto il suo carico di isolamento e di frammentazione che porta confusione.










domenica 11 febbraio 2018

Non dipendenza della mente








Da Moon in a Dewdrop (Luna in una goccia di rugiada) titolo di una raccolta di versi e di saggi di Dōgen (1200-1253) curata da Kazuaki Tanahashi ho scelto la poesia intitolata Non dipendenza della mente:


Uccelli acquatici
che vanno e vengono
le loro tracce scompaiono
ma non dimenticano mai
il loro sentiero.

Come gli uccelli d’acqua – della poesia di Dōgen- possiamo imparare a non dipendere da tracce che prima o poi scompaiono.

La fiducia, l’attenzione e la consapevolezza momento dopo momento, la costanza, la pratica della compassione e del coraggio sono ciò di cui abbiamo bisogno per non dimenticare il sentiero. 





sabato 20 gennaio 2018

Sento il peso di diverse cose, senza avere più cose precise...






Domenica scorsa ho ricevuto una mail che diceva:
“Io sto vivendo giornate di sin troppa sensibilità, quando passo per Magliano e mi fermo sento pure con anticipo il terremoto che sta per arrivare ad Amatrice, meglio riallontanarsi per un pochino, sento il peso di diverse cose, senza avere più cose precise. Va bene così. Speriamo.”

Leggendo queste righe, mi sono ritrovato anch'io fermo a Magliano Sabina e ho avvertito il terremoto avanzare verso Amatrice. E avevo voglia di tornare indietro, di allontanarmi poiché percepivo acutamente il peso della presenza di incertezza e dell'assenza di sicurezze.

Con poche parole veniva messa a fuoco la condizione umana: impermanenza e cambiamento, vulnerabilità... Ne possiamo osservare il riflesso nelle nostre esistenze e nelle vicende esterne. Ho sentito che abbracciare l’incertezza è più necessario di sperare. E’ un abbraccio che indica il sentiero della gentilezza e della compassione, e invita a coltivare il coraggio e la fiducia. Non possiamo esimerci, non possiamo farne a meno.