“La mia religione è la gentilezza”
dice il Dalai Lama.
Questa gentilezza non va confusa con la forma, le buone maniere, la
“politeness”. E’ una qualità del cuore, una gentilezza nel senso di
benevolenza, di amorevolezza, una qualità dell’essere, non una norma o il segno di una
distinzione sociale.
Il modo in cui trattiamo gli esseri viventi e anche gli oggetti riflette
la qualità del nostro essere, che è inseparabile da noi stessi.
Quando siamo “gentili per paura”, paura fisica o timore di essere
giudicati, non siamo veramente gentili, semplicemente non siamo, ci rifugiamo
nell’assenza e ci nascondiamo dietro compiacenze, cautele, remissività e false
modestie.
La gentilezza si unisce all’esserci, qui e ora, e al sapere di esserci:
non al desiderio di annullarsi e scomparire.
Talvolta la pratica della gentilezza, verso altri o verso noi stessi,
non ci è possibile, ma è possibile respirare, allora respiriamo e pratichiamo la gentilezza restando aperti e
consapevoli della condizione di non-gentilezza.
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