venerdì 22 novembre 2013

Lettera della solitudine (o dell'accordatore di pianoforti)





Mentre parlavo con una mia amica della solitudine mi sono chiesta chissà se anche dopo molti anni di pratica capita di sentirsi soli? Sai questa cosa del sentirsi a casa quando ci si siede in meditazione mi fa pensare al fatto che a volte nonostante tutto mi capita di sentirmi sola e non dipende né da quanta gente c'è intorno a me né da quanti amici abbia né da quanto possa compensarmi l'amore dei miei cari. E’ una sensazione ancestrale di solitudine e mi chiedo, perché la si prova? E’ un senso di incolmabile vuoto interiore che sento a volte anche sedendo in meditazione che però non ha modo di essere o meglio: se mi sento a casa quando medito o quando respiro profondamente in silenzio perché mi accade questo sentire interiore? Ti capita mai o ti è capitato? 

 


Talvolta possiamo avere aspettative e ideali di pienezza che non reggono alla prova della vita quotidiana che non manca di ostacoli, dissesti, incertezze.

Col passare degli anni, per parte mia, sono venuto via via apprezzando le avversità, gli scombinamenti, le buche nella strada, ho scoperto che hanno l’effetto di rendermi sobrio, di irrobustirmi, di farmi guardare per terra,  dove metto i piedi, di calmare i picchi di euforia e moderare gli idealismi, e anche di rendermi più disponibile agli altri ed equanime verso quello che viene. Mi consentono di nutrire meno illusioni e di essere più accogliente verso la vita così com’è. Mi sono reso conto che la vita umana è così, ci sono dei momenti in cui ci sentiamo soli, ciascuno di noi ha questa esperienza, ed è così.

Non credo alla possibilità che l'esperienza dell’uomo possa essere priva di momenti di solitudine, di smagliature, di disorientamento. In me sono venute meno certe riserve e pretese nei confronti della vita e nei confronti degli altri.

Nello stesso tempo quando sono tutt’uno con quello che faccio, quando l’attenzione non si distacca dall’azione, qualunque essa sia, allora non mi sento solo. Se sono attento, consapevole, nell’organismo corpo-mente, quando sono presente, sia nella meditazione seduta sia nella varie occasioni della vita quotidiana, non mi sento attaccato dalla solitudine, so di essere solo ma non mi sento isolato, abbandonato o reietto. Mi pare allora che, con tutte le sue solitudini e le sue sofferenze, la vita umana possa essere una buona vita e che offra tante occasioni per renderla apprezzabile.

Ma non so se parliamo delle stesse cose. Può darsi che abbiamo bisogno reciprocamente di capire meglio quello che intendiamo.

Qualche giorno addietro ho fatto una passeggiata con Dave Thomas, un amico, accordatore di pianoforti, che è venuto a trovarmi da Exeter, nel Devon, Sud-Ovest dell’Inghilterra, ci siamo conosciuti più di venti anni fa, frequentando John Garrie che è stato maestro di entrambi, gli ho citato la tua lettera e mi ha detto due cose.

La prima è che anche lui, come tutti, si sente solo talvolta, e che invecchiando siamo più esposti alla solitudine.

La seconda è che lui distinguerebbe tra "aloness", l'essere soli, termine che può esprimere anche una maturazione personale, cioè il riconoscere e il poter tollerare che si è di fatto soli in certi momenti e situazioni, da "loneliness", il sentirsi soli, il sentirsi isolati, o addirittura abbandonati.

Ma, al di là dei concetti che hanno una funzione indicativa, per quanto mi riguarda trovo che la pratica dell’attenzione mi ha aiutato a distinguere tra la realtà e gli echi (riverberi, ventate, e contagi di solitudine) e anche a tollerare e apprezzare quell'essere soli che è una dimensione fisiologica e formativa della vita umana. E, in un certo senso, a praticare come... un accordatore di pianoforte, che accorda i pianoforti in rapporto al loro stato attuale di conservazione e d'uso, e operando al meglio con i mezzi abili che conosce e di cui dispone.
 
 
 
 

1 commento:

  1. A volte la solitudine è il prezzo o il guadagno (ma questo dipende molto dal punto di vista soggettivo) di chi decide di andare controcorrente. Il cammino di scoperta e verso la conoscenza procedono spesso controcorrente.

    Stasera leggevo la rivista sati e Corrado Pensa parlava proprio di questo, del coraggio di andare nella direzione opposta a dove vanno tutti...

    Non certo per il gusto di andare dove vanno in pochi, ma per una scoperta di sé e del non dato per scontato, attraverso passi capaci di fornire uno sguardo diverso e attento alle piccole cose.

    Lo dice anche il Buddha in molti insegnamenti che il cammino procede spesso controcorrente e mi sembra interessante questo andare...

    Francesca

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